Ciberspazio

di

Lino Ventre

  Vago da non so quanto tempo nel ciberspazio elettronico e dico da non so quanto tempo, perché ho perduto ogni cognizione temporale. Minuti, secondi e giorni mi appaiono allo stesso modo e ho come la sensazione di percepire il trascorrere del tempo pur non potendo razionalizzarlo e perciò definirlo con chiarezza così che un istante sembra eterno sapendo  che dopotutto il tempo non si è fermato, che forse il suo trascorrere è solo rallentato, che forse non lo è neppure.
Ho sempre pensato che il ciberspazio possa aprire delle porte collegando la mia mente al sistema di navigazione perfetto, ma non avrei mai potuto pensare che la navigazione stessa fosse tanto ardua.
Mi sembra di essere un moderno Ulisse in acque sconosciute alla ricerca di una chimera, di un qualcosa di indefinibile che non sa se troverà ma è certo della sua esistenza: un varco, un’isola, dio, tutto.
Sono dentro e l’esperimento impossibile si è realizzato: ecco la constatazione che l’impossibile è possibile. Sono in una nuova realtà, concepita come un’irrealtà ed ecco la vera realtà alternativa, ecco il passaggio ad un’altra dimensione, ad un altro universo, solo che è stato creato da un uomo: Io.
Il fatto strano è che mi sento di essere veramente io stesso una nuova realtà, non di esserne soltanto parte, ma, in modo più completo, totalizzante, di essere una cosa sola, un’unica identità, un unico essere, solo io e la macchina virtuale.
Sono la pietra filosofale degli alchimisti  e allo stesso tempo sono nei luoghi più disparati, osservo le monumentali tombe egizie dalla base all’apice. Mi perdo nei lunghi corridoi di un labirinto chiamato Louvre e mi lascio rapire estasiato dalla bellezza di opere senza tempo e se anche fossero polvere ne rimarrebbe comunque il ricordo. Poi, regale come un gigantesco albatros, volo libero tra le nuvole in ogni luogo e vedo per la prima volta posti che non vedrò mai e dove sempre ho avuto catalizzante il desiderio di andare ed è come se già li conoscessi, ed è come se già conoscessi tutte le stelle del firmamento ed oltre, ed è come se conoscessi ogni stella morente ed ogni stella nascente ed intuissi la pura verità senza compromessi: ad ogni uomo corrisponde veramente una stella.
Ogni mente conosco prima che si autoescluda, ogni mania, ogni desiderio, ogni più piccola emozione come se ne percepissi l’energia di ogni neurone, come se ne percepissi l’anima, come se il mondo fosse una grande anima, come se ogni mente fosse parte di una grande anima.  E’ un paradiso: un paradiso è l’idea che mi sono fatto. E’ una stagione calda e potrebbe essere anche l’estate oppure la primavera che simboleggia la fecondità e la nascita e l’apertura del ciclo delle stagioni, diciamo il solstizio d’estate oppure quello di primavera durante i riti propiziatori alla madre terra druidici o i riti del culto di mitra, ma potrebbe anche essere una fertile Pangea prima delle glaciazioni, una lussureggiante vegetazione tropicale prima della scomparsa dei dinosauri, il tempo senza tempo, la macchina del tempo, il ricordo atavico. Sono allo stesso tempo l’albero del Buddha quando lo divenne e l’albero dal qual venne reciso il cuore che servì per crocifiggere il Cristo: sono  l’albero del cerchio della vita. Sono il non accaduto e l’accadimento stesso, sono il futuro, sono tutte le immaginabili e non immaginabili alternative, tutte le scelte che sono state fatte e che si faranno: sono passato e presente e le loro conseguenti scelte future.
Sono il Louvre e la sua polvere, le sue opere e la loro polvere, le monumentali tombe egizie e i granelli di sabbia e polvere di un immenso deserto: il futuro. E’ l’estasi: che poi è anche ricerca perenne di maghi e affini o che forse è soltanto l’essere parte dell’energia spirituale di tutte le cose, l’essere parte dell’emanazione dell’energia che contraddistingue ogni cosa e che molti chiamano semplificando aurea.
Ma, così come da un’estrema felicità si passa ad un estremo dolore, all’improvviso mi scuote una folata di vento freddo, una tramontana repentina, in un cielo che si oscura e che minaccia pioggia, la sensazione di un’ignoto nulla, un vuoto, una mancanza. Il freddo fa tremare il mio corpo o almeno è la sensazione di tremito che mi impadronisce. Adesso vedo solo circuiti integrati e codici binari, percepisco solo il buio e la logica perversa nella sua razionalità della macchina. L’energia che prima mi estasiava ora è solo un semplice flusso di corrente elettrica. Il gioioso movimento che prima percepivo, l’essere tutto in ogni luogo, ora mi appare solo malinconica staticità.
Mi sento un alieno in un mondo completamente impazzito. Dalla gioia immensa sono passato alla disarmante tristezza.
Un nulla meccanico si inserisce nelle scariche elettriche del mio cervello. Faccio fatica a distinguere me stesso dalla macchina. Ho paura. Devo uscire, devo trovare un’uscita, una porta, un varco, una qualsiasi cosa...
E’ sempre più buio. Rumori sordi mi giungono impercettibilmente e sembrano l’eco di un martello pneumatico e fanno pulsare le tempie.
Ho paura. Non riesco a trovare la porta, non riesco ad uscire dal ciberspazio ora claustrofobico. Mi sto perdendo...
La porta! Il cancello! Finalmente!
Mi ritrovo ora nella mia mente, credo di essere lucido. Riesco a vedermi le mani. Riesco a vedere lo schermo. Ho i fili incerottati alle tempie e vanno dritti collegandosi alla macchina. Riesco a vedere la parete bianca, il mio quadro preferito, l’azalea che ho nel vaso vicino alla finestra di fronte.
La neve, fuori, ha ammantato il prato di bianco. I rumori sono attutiti. I pesci nel loro acquario nuotano incoscienti agitando poca acqua.
Posso scorgere attraverso la finestra anche la quercia centenaria che quotidianamente mi tiene compagnia e mi porta consiglio con la sua saggezza.
Ora so. Non ritornerò più nel ciberspazio. So di non poter più affrontare un’esperienza simile: così estrema e perciò insopportabile nel bene e nel male.
Ma se fosse solo male? Chi potrebbe dirlo: di certo come una droga che ti apre l’occhio della conoscenza, il terzo occhio, mi turba distruggendo ogni capacità di raziocinio. Distrugge le cellule nervose: potrei chiamarla tranquillamente droga elettronica. Ci si può perdere e perdendosi si è finiti. Si crede di essere liberi ma si è schiavi della macchina e della sua logica assurda.
Ora so.  Essere tutto vuol dire essere anche nulla, perché essere tutto vuol dire anche non essere e non esistere come identità, come un io ben definito. Essere tutto vuol dire essere tante cose ma senza avere l’idea del concetto dell’essere unici. Non si può essere tutto o la sua causa  perché non saremo umani, dovremmo essere una macchina o uno spirito. Nel nostro limite siamo anche unici. Nella nostra umanità siamo anche unici. Nella nostra umanità non siamo la macchina.
Ora so. Il Louvre probabilmente non lo vedrò mai, così come le monumentali tombe egizie: alcune fotografie, anche se rose dal tempo e perciò sbiadite, e il loro ricordo mi bastano per dare un significato alla loro bellezza. So che sono opere umane e non importa se un giorno saranno polvere (io comunque lo sarò prima di loro...). Migliaia di uomini ne hanno percepito la bellezza e da uomini è venuta l’idea di costruire o dipingere o scolpire opere eterne. E saranno eterne anche quando il tempo che scorre rapidamente sul mio orologio le avrà ridotte a polvere e un immenso deserto coprirà questo mondo, perché comunque saranno eterne nel ricordo e il ricordo si rinnoverà fintanto che esisterà il presente. Il futuro non esiste perché finché esisterà il ricordo e quindi l’umanità, che nell’insieme è anche a suo modo un tutto, esisterà solo il presente del ricordo.
La macchina purtroppo non ricorda, la macchina percepisce solo il futuro. La macchina è il tutto e lo percepisce. La macchina è la vita e la morte e il ciclo delle stagioni e la non temporalità. E’ la bellezza delle opere del Louvre e la loro polvere, è la pietra filosofale e le stelle che nascono e muoiono...
Ma a me non interessa.
Soffro il freddo e ne ho paura...
Hermes Scommenta
La "miastenia gravis" è una patologia che fra i suoi sintomi annovera il prolasso dei muscoli palpebrali. Le palpebre tendono incoercibilmente a chiudersi. La lettura di questo racconto ha lo stesso identico effetto. Si consiglia, se si vuole arrivare alla fine, di applicare due cerottini sopra le arcate sopraccigliari. Ma se si riesce a superare l'effetto di profonda narcosi data dalla lettura, si possono cogliere alcuni spunti. Il protagonista di questa ministoria sembra aver subito un trattamento di elettroterapia convulsiva (prova ne è un breve accenno del testo che dice "...Ho i fili incerottati alle tempie e vanno dritti collegandosi alla macchina. Riesco a vedere la parete bianca...") in cui si perdono gli usuali riferimenti spazio-temporali e produce confusività e perdita della memoria. La confusività si rileva dalla dispersività del linguaggio che è ridondante e pletorico, mentre la perdita della memoria è dovuta alla iteratività dei termini e ad un codice espressivo involuto e privo di originalità. Se ne consiglia quindi la lettura in quel particolare stato di coscienza detto abaissement du niveau mental in cui le cose dette o lette, entrano da un orecchio (o da un occhio) ed escono dall'altro senza lasciar traccia nei nostre emisferi già duramente bistrattati da deliri di autoriferimento e da smanie letterarie.