Femmina

di

Carla Falconi

 

Tutti i giorni quando vado a scuola le vedo sedute su un muretto grigio che delimita la strada, oppure in piedi vicino alle aree di parcheggio. Le negre hanno un sedere strano. Grande, ma molto più alto di quello delle albanesi. Io le guardo ogni giorno e trovo che siano vestite male. Più che da puttane, io trovo che siano vestite male. Molte portano gli stivali con il tacco a zeppa modello Spice Girl. Quelle scarpe servono solo a sembrare più alte, ma non slanciano le gambe. Ma che gliene importa ai clienti se sono alte o no. Forse quegli stivali servono a metterle più in mostra, le sollevano su una specie di piedistallo e così i clienti possono notarle meglio. Chissà come starebbero a me quegli stivali. Certo anch’io potrei sembrare più alta e mettere in evidenza le mie cosce. Io sono più bella di loro. Forse tutti si fermerebbero da me a chiedermi quanto voglio. Mi potrei truccare come ho visto su alcune riviste di moda. Con la matita nera intorno agli occhi, un po’ sfumata sui lati. Finalmente mi potrei vestire come veramente mi piace. Da femmina. Stavo già pensando ad un vecchio paio di calze di pizzo che non andavano più di moda ma non avevo mai voluto buttare. Anzi ogni tanto me le provavo per stare in giro per casa. Gli stivali Spice Girl non ce li avevo, però potevo comperarli al mercato del giovedì, anche a pochi soldi, e sopra avrei indossato un corpetto nero di quelli che lasciano le spalle nude. Con le spalle nude bianche, nude e i capelli che le sfiorano, forse a qualcuno sarei sembrata bella. Molto più bella di adesso. Con i mocassini bassi, un vestitino grigio comperato ai saldi di Max Mara e il filo di perle mi sento come tutte le mie colleghe. Mi manca solo un foulard finto Hermés per essere davvero come loro. Un pezzo di piccola borghesia, che tenta persino con un certo imbarazzo di distinguersi dalle operaie, dalle estetiste e dalle commesse. 
Poi il suo pensiero tornò alla sue fantasie che procedevano alla stessa velocità della sua auto. A ottanta all’ora si pensa alle cose in modo diverso che a centoventi all’ora. Analizzò lentamente il momento in cui avrebbe dovuto togliere le calze di pizzo e tutto il resto? Mi sarei sentita ancora bella? Dovevo salire sull’auto del cliente, magari sporca e fare lì dentro quello che lui mi avrebbe chiesto. Come sono gli uomini quando scopano con le prostitute. Fanno le stesse cose degli uomini con cui sono stata io. Ti dicono spogliati, spogliami, toccami, toccati, fammi questo, fammi quello. E poi se mi capita uno che vuole sia io a prendere l’iniziativa. Non mi piace prendere l’iniziativa. Solo a quindici anni, quando non sapevo cosa fosse il sesso avevo provocato io qualche compagno di classe. Ma poi mi si era subito passata la voglia. Come un blocco ormonale. - Ti devi innamorare - mi dicevano tutti - per provare certi cose. Falso, perché anche quando mi innamoravo ero tutta una delusione. Guidavo un po’ più lentamente, pensavo un po’ più lentamente e guardavo le prostitute. Ce ne era almeno una ogni dieci metri. Erano una presenza normale, come i cartelli stradali. Quelle di pelle bianca avevano quasi tutte i capelli tinti di rosso. Le guardavo cercando di trovare un’espressione disperata, un segno di sofferenza. Invece, sembrava che per loro fosse del tutto normale stare lì. Arrivai a scuola in anticipo e cominciai a scegliere sul libro degli esercizi le frasi sull’uso dell’ablativo assoluto. Entrai in classe, la prima acca, ma c’erano solo cinque alunni. Gli altri avevano fatto sciopero. Uno sciopero così, da dilettanti, perché iniziava a fare freddo e a scuola ancora non si accendevano i riscaldamenti perché non era arrivato il carburante. Erano troppo pochi per spiegare e allora proposi alla classe di fare una serie di esercizi di verifica. Mentre gli alunni traducevano alcune frasi di Cicerone, continuavo a pensare a quelle donne. Perché non ero come loro, perché il mio corpo lavorava in modo diverso. Io con la mia bocca spiegavo l’uso della perifrastica attiva e passiva in aule che odoravano dei detersivi che i bidelli usano per fare le pulizie, loro leccavano sessi maschili in automobili che puzzavano di fumo di sigarette o di deodoranti alla banana dell’arbre magique. In fondo lo sforzo dei muscoli facciali era lo stesso. Solo che loro venivano pagate per cose che io avevo sempre fatto gratis, ma tutto sommato mal volentieri.
La campanella suonò, dovevo andare in seconda acca a fare un’ora di Italiano. Non mi ero preparata su nulla. Chiesi a uno del primo banco il libro di antologia e scelsi un brano tratto dal David Copperfield di Charles Dickens. Era una delle prime pagine del libro di Dickens, quelle in cui il piccolo David viene portato nel convitto degli orfanelli avvolto in una lussuosa coperta blu che lo faceva sembrare il rampollo di una famiglia di alto rango. Poi come scrive Dickens, la coperta blu gli viene tolta e lui viene avvolto nei panni sporchi e infeltriti degli orfanelli.
Alle undici e un quarto suonava la ricreazione. Non avevo voglia di uscire dall’aula ma ero stata convocata dalla segreteria amministrativa. Sicuramente volevano qualche certificato.  Lungo il corridoio incontrai un collega che mi chiese di andare al bar a prendere un caffè. Era uno che faceva il commercialista e veniva a scuola solo a rubare lo stipendio. Gli risposi che dovevo preparare i test di grammatica latina.
- I test di grammatica latina - esclamò lui - Poveri ragazzi.
Era già da un po’ che mi studiava, che mi stava dietro. Era chiaro che voleva portami a letto ma era un po’ più basso di me e sono sicura che era questo a renderlo tanto indeciso. Non riusciva a chiedermi di uscire con lui. Forse era insicuro del suo cazzo ed era per questo che metteva quelle cravatte dal nodo gigantesco che tra l’altro ingoffavano ancora di più il suo collo taurino. Ho sempre pensato che quelli che fanno troppi preamboli, che ti invitano a prendere il caffè, che ti dicono “come stai bene oggi” e non vanno mai oltre, si comportano così o perché hanno già qualcun’altra per le mani o perché temono che tu a letto sia troppo forte. C’è anche una terza possibilità: vogliono fare gli stronzi e non trovano il momento giusto per farlo.
Il suo problema con gli uomini erano sempre state le sue tette. Non erano né più belle, né più grandi di quelle di tante altre donne, ma era come se vivessero per conto loro attaccate al suo corpo. Erano loro ad attirare i tipi come il professore di economia.
- Chissà cosa sarebbe stata la mia vita con una taglia in meno di reggiseno - si chiese - e invece di andare nella sala professori a preparare i test uscì da scuola, attraversò il cortile interno che era il parcheggio dei professori. Una serie di utilitarie o di auto di media cilindrata. L’unica bella macchina era proprio la Bmw del commercialista che ci provava con lei. Salì sulla sua auto, che ormai era davvero vecchia e con degli adesivi che non si addicevano più a una della sua età. Fece un giro fino alla strada statale che faceva ogni mattina. Prese la direzione verso Roma. Poi dopo qualche chilometro si sentiva come pentita di essere tornata li. Appena vide l’indicazione per l’inversione di marcia mise la freccia, tornò indietro quasi vergognandosi di quello che aveva fatto. Sulla nuova corsia, intanto, c’erano ancora due prostitute con l’aria annoiata e lo sguardo duro. Temette per un attimo che l’avessero notata. Le guardava e si vergognava di guardarle.
Poi si accorse di essere in ritardo. La ricreazione era già finita da cinque minuti. Prese la strada verso il centro e in pochi minuti era di nuovo a scuola. Quel giorno aveva anche la quarta e la quinta ora. Un’altra ora di Italiano in seconda e un’altra ora di Italiano-Promessi Sposi in prima, dove c’erano solo cinque alunni.
Furono due ore lunghissime. Si pentì di aver scelto Dickens. A nessuno interessava la nascita del romanzo borghese nell’Inghilterra a cavallo tra Settecento e Ottocento. A nessuno importava del povero David Copperfield e di quello che gli succedeva passando dalla coperta di velluto blu agli stracci ruvidi degli orfanelli.
Nel passaggio tra la quarta e la quinta ora, prese i suoi libri li mise nella borsa. Li prese in mano uno per uno. Ormai gli sembravano oggetti estranei, come libri che non aveva mai letto. La grammatica latina, l’edizione dei Promessi Sposi curata da Luigi Russo e una vecchia edizione di cirannini sul romanzo di Manzoni fatti a posta per sapere tutto quello che volete sapere sui Promessi Sposi evitando di leggerli. Gli studenti di prima erano annoiati, non volevano fare niente. E neanche lei. Erano arrivati all’inizio del quarto capitolo quello che inizia con la descrizione di fra’ Cristoforo. Chissà cosa le avrebbe detto uno come frà Cristoforo se fosse andata a dirgli padre: mi sento una puttana. Voglio vestirmi come loro, truccarmi come loro, fare quello che fanno loro. Parlare con gli uomini che si fermano. Sentirmi bella perché loro mi guardano e mi desiderano.
Fare sesso non le era mai piaciuto granché e l’unico motivo per spingerla ancora a farlo erano i soldi.
Gli alunni ascoltavano la sua spiegazione sul ritratto psicologico di fra’ Cristoforo che, come avevano spiegato a lei molti anni prima, era “il simbolo della Chiesa militante vicina agli umili, di una santità attiva e operosa”.
Quando la campanella suonò gli alunni avevano già chiuso i libri e li avevano messi nei loro zaini. Lasciò che uscissero tutti dalla classe e camminando lentamente raggiunse il gabbiotto dei bidelli per lasciare i registri. Timbrò con il tesserino magnetico l’ora dell’uscita e si avviò alla sua auto. Aveva già in mente cosa fare. Tornare all’imbocco della strada statale. Ci arrivò in pochi minuti facendo vie secondarie senza traffico. Era una città strana quella in cui insegnava quell’anno, bastava uscire dal centro e trovarsi subito per strade di campagna che costeggiavano la strada statale su cui le prostitute sostavano in fila, come cartelloni pubblicitari.
Per tornare a casa doveva prendere verso Nord e poi fare una specie di rotonda e imboccare la corsia verso sud. Proprio lì a metà della rotonda c’era un bivio e lì c’era una ragazza sui vent’anni, bianca, con i capelli tinti di rosso, scarpe alte e uno zainetto di tela nero come quello che portavano le sue alunne. Anche lei ne aveva uno simile. La fissò. Quella ragazza la guardò infastidita. Non voleva fermarsi ma solo guardarla e in un certo senso studiarla.
Quando tornò a casa posò la borsa con i testi che portava sempre a scuola vicino al portaombrelli, passando nell’ingresso di servizio guardò in cucina, dove il tavolo era ancora apparecchiato. Tutti avevano già mangiato. In tavola c’erano i piatti sporchi e resti della frutta sbucciata. Si sedette al suo posto, mangiò la pasta che si era raffreddata troppo, il vino era quasi finito e l’acqua era calda. Si alzò per prepararsi il caffè che mandava giù ogni giorno a quell’ora con dei biscotti o, se c’era, qualche fetta di ciambellone. Poi andò in camera si tolse i vestiti e iniziò a cercare qualcosa negli scaffali alti dell’armadio.
Doveva correggere due pacchi di compiti, invece, provò una vecchia gonna nera e una maglia di lana con un collo un po’ fuori moda.
La mattina dopo indossò la gonna facendola scendere bene sui fianchi e poi la maglia nera che non metteva da molto tempo perché non ne aveva mai l’occasione, cercò quelle calze di pizzo che disegnavano sulle sue gambe disegni di fiori e, tra un fiore e l’altro piccole ragnatele nere. Mise le scarpe col tacco alto. Forse erano un po’ da sera ma erano le più alte che aveva. Mentre si truccava anziché il solito rossetto beige cercò la matita scura per le labbra. Si disegnò la bocca con cura, poi gli occhi come aveva visto su quella rivista. Si coprì con un lungo cappotto di cammello e uscì per andare a scuola. Doveva entrate alla terza ora, non c’era fretta ma uscì come se avesse un appuntamento.
Attraversò velocemente la città che sembrava piatta, anonima ma tranquilla, avvolta in un’atmosfera autunnale che le conciliava pensieri morbidi, un desiderio di discesa dentro se stessa. Appena imboccò la strada statale che portava verso la scuola, la città scomparve all’improvviso e le sembrò già lontana. Era come iniziare un viaggio, verso un mondo in cui nessuno la conosceva, perché lì nessuno ha identità, perché lungo quella strada i nomi si confondono e il suo nome non era più suo.
Nel fare la rotonda per raggiungere la scuola vide la ragazza dai capelli tinti di rosso che aveva visto il giorno prima. Rallentò guardandosi gli occhi attraverso lo specchietto. Il profilo del suo naso, la sua bocca. Si fermò dal lato opposto della strada. Per un po’ restò in macchina, si vergognava a scendere, ma sapeva che l’avrebbe fatto. Si tolse il cappotto, lo buttò sul sedile posteriore sopra i libri, sopra il pacco di compiti in classe ancora da correggere. Attraversò la strada con un senso di sicurezza misto a narcisismo. Mentre camminava si mandava i capelli indietro. Si avvicinò alla ragazza senza dirle niente. Non riusciva neanche a dirle - Ciao. Io sono Teresa.
 Si sedette accanto a lei. Le disse che le piacevano le sue scarpe e le chiese dove le aveva comperate. La ragazza le rispose sgarbatamente. - Sei una poliziotta - disse - oppure sei una di quelle giornaliste che vengono qui per mettere sui giornali quanti clienti ci facciamo al giorno, quanto guadagnamo .
- No - rispose Teresa - mi piace stare qui, mi piace vedere come la gente ti guarda, vorrei che guardasse così anche me. Mi piace sentirmi così, in mostra e in vendita ma non l’ho mai fatto prima. Voglio solo restare qui e farmi guardare. Voglio che qualcuno si fermi e mi offra dei soldi per sapere quanto valgo davvero. Non saprei nemmeno quanto farmi pagare. A scuola un’ora di lezione me la pagano 25.000 lire .
La ragazza ascoltava dicendole - Pazza, vattene via, pazza .
Parlava con un accento slavo, non era per niente dolce.
Teresa continuava a spiegarle che non intendeva rubarle i clienti, voleva solo stare lì, accanto a lei, per farsi guardare come nessuno l’aveva mai guardata prima. Chi mi vede qui, vede veramente chi sono. Solo così sul marciapiede posso sapere chi sono.
Teresa non aveva più paura di nulla. La ragazza albanese continuava a ripeterle “pazza”, “vattene, vattene, che vuoi da me”. Poi si alzò e si diresse verso lo svincolo cento metri più avanti. Teresa le andava dietro, mandandosi sempre i capelli indietro, e controllando l’ancheggiare dei suoi fianchi a causa delle scarpe troppo alte: però quel movimento del suo corpo le piaceva. Osservava il colore della pelle delle gambe che iniziava a diventare di un rosso livido per il freddo. Ecco ora si sentiva veramente una prostituta. La sua bocca non era mai stata così bocca, e i fianchi mai così grandi e spaziosi. Le gambe salivano verso il suo ventre lentamente. Ora doveva solo raggiungere il guard rail poggiarci sopra il suo sedere. Cercò un punto in cui potesse essere ben visibile, poggiò le mani sul cemento freddo del guard rail e guardò le punte delle sue scarpe. Erano vicinissime, attaccate l’una all’altra, provò a spostarle di qualche centimetro, poi ancora un po’. Di più non ci riusciva. Una immensa vergogna la sfiorò fino a farle tremare lo stomaco. Fece come per ingoiare la saliva che le era salita fino alla gola. Alzò la testa e guardò nella prima auto che passava. Voleva piangere ma iniziava a sentirsi libera, di una libertà che confinava con l’ebbrezza, con qualcosa simile alla vergogna che aveva provato solo la prima volta. Ripensò a quando lui, la prima volta, l’aveva portata in un motel. Allora aprì le gambe di più e la luce di quella livida mattina di novembre entrò nella sua pelle, nella scollatura della sua maglia nera, un po’ consumata. Arrivò fino ai capezzoli come se avesse attraversato le fibre dei sui vestiti e della sua pelle. Ora non aveva paura neppure che la riconoscessero, che qualcuno raccontasse a tutti di averla vista per strada vestita come una puttana.
Era un’idea questa che le scorreva dentro, mischiata al suo sangue, un liquido acido sotto la pelle che percorreva il suo corpo. Il ventre tremava, il suo sedere tremava ma non si era mai sentita così bella e così viva. La strada era un gigantesco teleschermo da cui tutti potevano guardarla, desiderarla o disprezzarla. Quella luce scura continuava ad attraversare il suo corpo. Almeno fino a sera. Almeno fino al primo cliente. Doveva solo avvertire la segreteria del liceo che quel giorno non sarebbe andata a scuola.

Hermes Scommenta
Ecco un racconto carino, senza grandi pretese ma con una trama per certi versi originale e uno stile sicuramente piacevole e scorrevole. Niente piagnistei, niente autoriferimenti (si suppone), ma una storia con un taglio psicologico ben articolato. Lo stile narrativo, apparentemente sommesso, rivela invece una capacità di immedesimazione unita alla descrizione di stati d'animo, in grado di ben rappresentare situazioni che corrono sul filo della quotidianità ma che sanno esprimere anche l'inusuale e l'inatteso. La protagonista poi sembra voler attualizzare una fantasia che è stata portata sullo schermo dal quel regista amante dei paradossi e del surreale che era Bunel con il film "Bella di giorno".