| |
Tutti i giorni quando vado a scuola le vedo
sedute su un muretto grigio che delimita la strada, oppure in piedi vicino
alle aree di parcheggio. Le negre hanno un sedere strano. Grande, ma molto
più alto di quello delle albanesi. Io le guardo ogni giorno e trovo
che siano vestite male. Più che da puttane, io trovo che siano
vestite male. Molte portano gli stivali con il tacco a zeppa modello Spice
Girl. Quelle scarpe servono solo a sembrare più alte, ma non slanciano
le gambe. Ma che gliene importa ai clienti se sono alte o no. Forse quegli
stivali servono a metterle più in mostra, le sollevano su una specie
di piedistallo e così i clienti possono notarle meglio. Chissà
come starebbero a me quegli stivali. Certo anchio potrei sembrare
più alta e mettere in evidenza le mie cosce. Io sono più
bella di loro. Forse tutti si fermerebbero da me a chiedermi quanto voglio.
Mi potrei truccare come ho visto su alcune riviste di moda. Con la matita
nera intorno agli occhi, un po sfumata sui lati. Finalmente mi potrei
vestire come veramente mi piace. Da femmina. Stavo già pensando
ad un vecchio paio di calze di pizzo che non andavano più di moda
ma non avevo mai voluto buttare. Anzi ogni tanto me le provavo per stare
in giro per casa. Gli stivali Spice Girl non ce li avevo, però
potevo comperarli al mercato del giovedì, anche a pochi soldi,
e sopra avrei indossato un corpetto nero di quelli che lasciano le spalle
nude. Con le spalle nude bianche, nude e i capelli che le sfiorano, forse
a qualcuno sarei sembrata bella. Molto più bella di adesso. Con
i mocassini bassi, un vestitino grigio comperato ai saldi di Max Mara
e il filo di perle mi sento come tutte le mie colleghe. Mi manca solo
un foulard finto Hermés per essere davvero come loro. Un pezzo
di piccola borghesia, che tenta persino con un certo imbarazzo di distinguersi
dalle operaie, dalle estetiste e dalle commesse.
Poi il suo pensiero tornò alla sue fantasie che procedevano alla
stessa velocità della sua auto. A ottanta allora si pensa
alle cose in modo diverso che a centoventi allora. Analizzò
lentamente il momento in cui avrebbe dovuto togliere le calze di pizzo
e tutto il resto? Mi sarei sentita ancora bella? Dovevo salire sullauto
del cliente, magari sporca e fare lì dentro quello che lui mi avrebbe
chiesto. Come sono gli uomini quando scopano con le prostitute. Fanno
le stesse cose degli uomini con cui sono stata io. Ti dicono spogliati,
spogliami, toccami, toccati, fammi questo, fammi quello. E poi se mi capita
uno che vuole sia io a prendere liniziativa. Non mi piace prendere
liniziativa. Solo a quindici anni, quando non sapevo cosa fosse
il sesso avevo provocato io qualche compagno di classe. Ma poi mi si era
subito passata la voglia. Come un blocco ormonale. - Ti devi innamorare
- mi dicevano tutti - per provare certi cose. Falso, perché anche
quando mi innamoravo ero tutta una delusione. Guidavo un po
più lentamente, pensavo un po più lentamente e guardavo
le prostitute. Ce ne era almeno una ogni dieci metri. Erano una presenza
normale, come i cartelli stradali. Quelle di pelle bianca avevano quasi
tutte i capelli tinti di rosso. Le guardavo cercando di trovare unespressione
disperata, un segno di sofferenza. Invece, sembrava che per loro fosse
del tutto normale stare lì. Arrivai a scuola in anticipo e cominciai
a scegliere sul libro degli esercizi le frasi sulluso dellablativo
assoluto. Entrai in classe, la prima acca, ma cerano solo cinque
alunni. Gli altri avevano fatto sciopero. Uno sciopero così, da
dilettanti, perché iniziava a fare freddo e a scuola ancora non
si accendevano i riscaldamenti perché non era arrivato il carburante.
Erano troppo pochi per spiegare e allora proposi alla classe di fare una
serie di esercizi di verifica. Mentre gli alunni traducevano alcune frasi
di Cicerone, continuavo a pensare a quelle donne. Perché non ero
come loro, perché il mio corpo lavorava in modo diverso. Io con
la mia bocca spiegavo luso della perifrastica attiva e passiva in
aule che odoravano dei detersivi che i bidelli usano per fare le pulizie,
loro leccavano sessi maschili in automobili che puzzavano di fumo di sigarette
o di deodoranti alla banana dellarbre magique. In fondo lo sforzo
dei muscoli facciali era lo stesso. Solo che loro venivano pagate per
cose che io avevo sempre fatto gratis, ma tutto sommato mal volentieri.
La campanella suonò, dovevo andare in seconda acca a fare unora
di Italiano. Non mi ero preparata su nulla. Chiesi a uno del primo banco
il libro di antologia e scelsi un brano tratto dal David Copperfield di
Charles Dickens. Era una delle prime pagine del libro di Dickens, quelle
in cui il piccolo David viene portato nel convitto degli orfanelli avvolto
in una lussuosa coperta blu che lo faceva sembrare il rampollo di una
famiglia di alto rango. Poi come scrive Dickens, la coperta blu gli viene
tolta e lui viene avvolto nei panni sporchi e infeltriti degli orfanelli.
Alle undici e un quarto suonava la ricreazione. Non avevo voglia di uscire
dallaula ma ero stata convocata dalla segreteria amministrativa.
Sicuramente volevano qualche certificato. Lungo il corridoio incontrai
un collega che mi chiese di andare al bar a prendere un caffè.
Era uno che faceva il commercialista e veniva a scuola solo a rubare lo
stipendio. Gli risposi che dovevo preparare i test di grammatica latina.
- I test di grammatica latina - esclamò lui - Poveri ragazzi.
Era già da un po che mi studiava, che mi stava dietro. Era
chiaro che voleva portami a letto ma era un po più basso
di me e sono sicura che era questo a renderlo tanto indeciso. Non riusciva
a chiedermi di uscire con lui. Forse era insicuro del suo cazzo ed era
per questo che metteva quelle cravatte dal nodo gigantesco che tra laltro
ingoffavano ancora di più il suo collo taurino. Ho sempre pensato
che quelli che fanno troppi preamboli, che ti invitano a prendere il caffè,
che ti dicono come stai bene oggi e non vanno mai oltre, si
comportano così o perché hanno già qualcunaltra
per le mani o perché temono che tu a letto sia troppo forte. Cè
anche una terza possibilità: vogliono fare gli stronzi e non trovano
il momento giusto per farlo.
Il suo problema con gli uomini erano sempre state le sue tette. Non erano
né più belle, né più grandi di quelle di tante
altre donne, ma era come se vivessero per conto loro attaccate al suo
corpo. Erano loro ad attirare i tipi come il professore di economia.
- Chissà cosa sarebbe stata la mia vita con una taglia in meno
di reggiseno - si chiese - e invece di andare nella sala professori a
preparare i test uscì da scuola, attraversò il cortile interno
che era il parcheggio dei professori. Una serie di utilitarie o di auto
di media cilindrata. Lunica bella macchina era proprio la Bmw del
commercialista che ci provava con lei. Salì sulla sua auto, che
ormai era davvero vecchia e con degli adesivi che non si addicevano più
a una della sua età. Fece un giro fino alla strada statale che
faceva ogni mattina. Prese la direzione verso Roma. Poi dopo qualche chilometro
si sentiva come pentita di essere tornata li. Appena vide lindicazione
per linversione di marcia mise la freccia, tornò indietro
quasi vergognandosi di quello che aveva fatto. Sulla nuova corsia, intanto,
cerano ancora due prostitute con laria annoiata e lo sguardo
duro. Temette per un attimo che lavessero notata. Le guardava e
si vergognava di guardarle.
Poi si accorse di essere in ritardo. La ricreazione era già finita
da cinque minuti. Prese la strada verso il centro e in pochi minuti era
di nuovo a scuola. Quel giorno aveva anche la quarta e la quinta ora.
Unaltra ora di Italiano in seconda e unaltra ora di Italiano-Promessi
Sposi in prima, dove cerano solo cinque alunni.
Furono due ore lunghissime. Si pentì di aver scelto Dickens. A
nessuno interessava la nascita del romanzo borghese nellInghilterra
a cavallo tra Settecento e Ottocento. A nessuno importava del povero David
Copperfield e di quello che gli succedeva passando dalla coperta di velluto
blu agli stracci ruvidi degli orfanelli.
Nel passaggio tra la quarta e la quinta ora, prese i suoi libri li mise
nella borsa. Li prese in mano uno per uno. Ormai gli sembravano oggetti
estranei, come libri che non aveva mai letto. La grammatica latina, ledizione
dei Promessi Sposi curata da Luigi Russo e una vecchia edizione di cirannini
sul romanzo di Manzoni fatti a posta per sapere tutto quello che volete
sapere sui Promessi Sposi evitando di leggerli. Gli studenti di prima
erano annoiati, non volevano fare niente. E neanche lei. Erano arrivati
allinizio del quarto capitolo quello che inizia con la descrizione
di fra Cristoforo. Chissà cosa le avrebbe detto uno come
frà Cristoforo se fosse andata a dirgli padre: mi sento una puttana.
Voglio vestirmi come loro, truccarmi come loro, fare quello che fanno
loro. Parlare con gli uomini che si fermano. Sentirmi bella perché
loro mi guardano e mi desiderano.
Fare sesso non le era mai piaciuto granché e lunico motivo
per spingerla ancora a farlo erano i soldi.
Gli alunni ascoltavano la sua spiegazione sul ritratto psicologico di
fra Cristoforo che, come avevano spiegato a lei molti anni prima,
era il simbolo della Chiesa militante vicina agli umili, di una
santità attiva e operosa.
Quando la campanella suonò gli alunni avevano già chiuso
i libri e li avevano messi nei loro zaini. Lasciò che uscissero
tutti dalla classe e camminando lentamente raggiunse il gabbiotto dei
bidelli per lasciare i registri. Timbrò con il tesserino magnetico
lora delluscita e si avviò alla sua auto. Aveva già
in mente cosa fare. Tornare allimbocco della strada statale. Ci
arrivò in pochi minuti facendo vie secondarie senza traffico. Era
una città strana quella in cui insegnava quellanno, bastava
uscire dal centro e trovarsi subito per strade di campagna che costeggiavano
la strada statale su cui le prostitute sostavano in fila, come cartelloni
pubblicitari.
Per tornare a casa doveva prendere verso Nord e poi fare una specie di
rotonda e imboccare la corsia verso sud. Proprio lì a metà
della rotonda cera un bivio e lì cera una ragazza sui
ventanni, bianca, con i capelli tinti di rosso, scarpe alte e uno
zainetto di tela nero come quello che portavano le sue alunne. Anche lei
ne aveva uno simile. La fissò. Quella ragazza la guardò
infastidita. Non voleva fermarsi ma solo guardarla e in un certo senso
studiarla.
Quando tornò a casa posò la borsa con i testi che portava
sempre a scuola vicino al portaombrelli, passando nellingresso di
servizio guardò in cucina, dove il tavolo era ancora apparecchiato.
Tutti avevano già mangiato. In tavola cerano i piatti sporchi
e resti della frutta sbucciata. Si sedette al suo posto, mangiò
la pasta che si era raffreddata troppo, il vino era quasi finito e lacqua
era calda. Si alzò per prepararsi il caffè che mandava giù
ogni giorno a quellora con dei biscotti o, se cera, qualche
fetta di ciambellone. Poi andò in camera si tolse i vestiti e iniziò
a cercare qualcosa negli scaffali alti dellarmadio.
Doveva correggere due pacchi di compiti, invece, provò una vecchia
gonna nera e una maglia di lana con un collo un po fuori moda.
La mattina dopo indossò la gonna facendola scendere bene sui fianchi
e poi la maglia nera che non metteva da molto tempo perché non
ne aveva mai loccasione, cercò quelle calze di pizzo che
disegnavano sulle sue gambe disegni di fiori e, tra un fiore e laltro
piccole ragnatele nere. Mise le scarpe col tacco alto. Forse erano un
po da sera ma erano le più alte che aveva. Mentre si truccava
anziché il solito rossetto beige cercò la matita scura per
le labbra. Si disegnò la bocca con cura, poi gli occhi come aveva
visto su quella rivista. Si coprì con un lungo cappotto di cammello
e uscì per andare a scuola. Doveva entrate alla terza ora, non
cera fretta ma uscì come se avesse un appuntamento.
Attraversò velocemente la città che sembrava piatta, anonima
ma tranquilla, avvolta in unatmosfera autunnale che le conciliava
pensieri morbidi, un desiderio di discesa dentro se stessa. Appena imboccò
la strada statale che portava verso la scuola, la città scomparve
allimprovviso e le sembrò già lontana. Era come iniziare
un viaggio, verso un mondo in cui nessuno la conosceva, perché
lì nessuno ha identità, perché lungo quella strada
i nomi si confondono e il suo nome non era più suo.
Nel fare la rotonda per raggiungere la scuola vide la ragazza dai capelli
tinti di rosso che aveva visto il giorno prima. Rallentò guardandosi
gli occhi attraverso lo specchietto. Il profilo del suo naso, la sua bocca.
Si fermò dal lato opposto della strada. Per un po restò
in macchina, si vergognava a scendere, ma sapeva che lavrebbe fatto.
Si tolse il cappotto, lo buttò sul sedile posteriore sopra i libri,
sopra il pacco di compiti in classe ancora da correggere. Attraversò
la strada con un senso di sicurezza misto a narcisismo. Mentre camminava
si mandava i capelli indietro. Si avvicinò alla ragazza senza dirle
niente. Non riusciva neanche a dirle - Ciao. Io sono Teresa.
Si sedette accanto a lei. Le disse che le piacevano le sue scarpe
e le chiese dove le aveva comperate. La ragazza le rispose sgarbatamente.
- Sei una poliziotta - disse - oppure sei una di quelle giornaliste che
vengono qui per mettere sui giornali quanti clienti ci facciamo al giorno,
quanto guadagnamo .
- No - rispose Teresa - mi piace stare qui, mi piace vedere come la gente
ti guarda, vorrei che guardasse così anche me. Mi piace sentirmi
così, in mostra e in vendita ma non lho mai fatto prima.
Voglio solo restare qui e farmi guardare. Voglio che qualcuno si fermi
e mi offra dei soldi per sapere quanto valgo davvero. Non saprei nemmeno
quanto farmi pagare. A scuola unora di lezione me la pagano 25.000
lire .
La ragazza ascoltava dicendole - Pazza, vattene via, pazza .
Parlava con un accento slavo, non era per niente dolce.
Teresa continuava a spiegarle che non intendeva rubarle i clienti, voleva
solo stare lì, accanto a lei, per farsi guardare come nessuno laveva
mai guardata prima. Chi mi vede qui, vede veramente chi sono. Solo così
sul marciapiede posso sapere chi sono.
Teresa non aveva più paura di nulla. La ragazza albanese continuava
a ripeterle pazza, vattene, vattene, che vuoi da me.
Poi si alzò e si diresse verso lo svincolo cento metri più
avanti. Teresa le andava dietro, mandandosi sempre i capelli indietro,
e controllando lancheggiare dei suoi fianchi a causa delle scarpe
troppo alte: però quel movimento del suo corpo le piaceva. Osservava
il colore della pelle delle gambe che iniziava a diventare di un rosso
livido per il freddo. Ecco ora si sentiva veramente una prostituta. La
sua bocca non era mai stata così bocca, e i fianchi mai così
grandi e spaziosi. Le gambe salivano verso il suo ventre lentamente. Ora
doveva solo raggiungere il guard rail poggiarci sopra il suo sedere. Cercò
un punto in cui potesse essere ben visibile, poggiò le mani sul
cemento freddo del guard rail e guardò le punte delle sue scarpe.
Erano vicinissime, attaccate luna allaltra, provò a
spostarle di qualche centimetro, poi ancora un po. Di più
non ci riusciva. Una immensa vergogna la sfiorò fino a farle tremare
lo stomaco. Fece come per ingoiare la saliva che le era salita fino alla
gola. Alzò la testa e guardò nella prima auto che passava.
Voleva piangere ma iniziava a sentirsi libera, di una libertà che
confinava con lebbrezza, con qualcosa simile alla vergogna che aveva
provato solo la prima volta. Ripensò a quando lui, la prima volta,
laveva portata in un motel. Allora aprì le gambe di più
e la luce di quella livida mattina di novembre entrò nella sua
pelle, nella scollatura della sua maglia nera, un po consumata.
Arrivò fino ai capezzoli come se avesse attraversato le fibre dei
sui vestiti e della sua pelle. Ora non aveva paura neppure che la riconoscessero,
che qualcuno raccontasse a tutti di averla vista per strada vestita come
una puttana.
Era unidea questa che le scorreva dentro, mischiata al suo sangue,
un liquido acido sotto la pelle che percorreva il suo corpo. Il ventre
tremava, il suo sedere tremava ma non si era mai sentita così bella
e così viva. La strada era un gigantesco teleschermo da cui tutti
potevano guardarla, desiderarla o disprezzarla. Quella luce scura continuava
ad attraversare il suo corpo. Almeno fino a sera. Almeno fino al primo
cliente. Doveva solo avvertire la segreteria del liceo che quel giorno
non sarebbe andata a scuola.
|