FRAMMENTI

di

Mattia Bergamini

 

Guido piano. Il rosarancio del tramonto strappa lunghe frange al giorno. La sera cala lentamente. I lampioni s'accendono lungo la strada e illuminano gli aculei di ghiaccio che mi coprono il cuore. Il sole mostra ancora qualche freddo raggio all'orizzonte. Un fuoco di ghiaccio incendia la terra divelta dei campi. Il panorama si cristallizza e una nebbia azzurra mi copre gli occhi.
Guido piano. Entro silenzioso nella notte. Piccoli bulbi iridescenti offrono la loro luce sintetica da un soffitto tinto di nero.
Il sole è una sfera d'argento all'orizzonte e i raggi sono lame ghiacciate che mi trafiggono gli occhi. Guido su una strada che sembra sempre salire e penetra silenziosa nella notte. Luci psichedeliche di lampioni sradicati dall'asfalto che galleggiano nell'aria. Stelle sintetiche su pareti nere che sembrano crollare. Giro la testa di 360 gradi e vedo solo ombre scure e particelle leggere di nebbie gialle diffuse nell'aria. Il volante mi sfugge di mano e la macchina si smaterializza, divenendo anch'essa particella di nebbia.
Cammino nell'oscurità.
Il buio mi inquieta, ma c'è una finestra con le luci accese. Guardo dentro e vedo William Burroughs che apparecchia la tavola. Ha ospiti questa sera: William Burroughs ha amici per cena: ci sono la testa di Ginsberg e le braccia di Kerouac.
Ha preparato lacci emostatici in liquidi di siringhe usate.
Cammino nell'oscurità.
Il buio mi inquieta, ma c'è un albergo. Passo la notte in un albergo di terza categoria.
Vorrei fare un bagno, ma la doccia intasata di calcare sussulta la sua agonia sputando acqua sporca a tratti. Sussulta la sua agonia di acqua sporca.
Mi corico e cerco di chiudere gli occhi, ma mi guardano, mi spiano da ogni angolo, da ogni anfratto.
Le pale del ventilatore tagliano il buio sul soffitto e spargono polvere di ruggine nell'aria. Guido piano. Sogno di una Cadillac del 47, Kerouac fa l'autostop al bordo di una strada, Dean Moriarty vola leggero a 180 l'ora. Rose che esplodono, una rosa rossa mi sboccia nel cervello. Elucubrazioni mentali di morti istantanee.
L'assassino chiederà perdono per le sue colpe. Nessuno sparerà all'assassino. Il cuore debole concederà il suo perdono senza sapere che perdono non esiste. Perdono è ipocrisia, è sentirsi superiori, è uccidere. Perdono in specchio cade in frantumi. Apro con fatica palpebre di piombo e vedo colonne di cani ciechi tremare nel primo sole del mattino.
Una rosa nasce nel mio cervello.
Mi stropiccio gli occhi, cerco di convincermi che è solo un momento di stasi, una sensazione, uno stupido stato d'animo di passaggio. Non sono morto, non sono morto.
Guardo e vedo me stesso ripetuto centinaia di volte. Vedo l'ago che sanguina scintille. Vedo la vita, un serpente avvolto sotto un grosso sasso. Annoto sensazioni e rubo parole.
Cerco la via.
Penso: maschere che coprono ogni volto, maschere da offrire al pubblico, la vera mente contiene né più né meno che il nulla, perfetto e limpido nulla, nessuno è se stesso, ognuno è maschere diverse per ogni occasione, e apparenza. Lei è un eufemismo di dolci labbra, lui sorrisi e vestiti eleganti. Li vedo ballare da un frammento di specchio che giace a terra, ma non mi posso girare. Rancore e rabbia materializzatisi in radici mi avvinghiano e non mi lasciano muovere, così riverso altro odio su quelle radici ed esse crescono e si fanno corteccia e mi avvolgono e mi soffocano.
Guido piano. Non fuggo: la macchina che va non è il vascello ammainato: non sfugge alla vita. Bisogna andare, lo dicono tutti. E allora vado, ma ad ogni partenza segue un ritorno. Ho la mente stracolma di mille pregiudizi ed un elastico mi lega al luogo dal quale devo fuggire, così più mi allontano più è doloroso il ritorno. Non troverò mai quella cosa.
Polvere ricade ovunque e copre ogni superficie. Ricopre le persone, congelate in un attimo della loro vita. Le mie radici si nutrono di polvere ed i rami generano frutti della discordia.
Noi stessi siamo finzione, ombre opache sognate da menti folli. La polvere ricopre di un velo sottile volti straziati. Corpi congelati esplodono in colori iridescenti. Noi stessi siamo finzione, ombre dietro vetri traslucidi, sogni di menti folli.

Hermes Scommenta
Se non fosse per un'eccessiva ridondanza e ricercatezza di termini questo breve racconto da proprio l'idea (come da titolo) della frammentazione. Non a caso vengono citati i vari poeti della beat generation (Burroughs/Ginsberg/Kerouac) che della "frammentazione" ne fecero un proprio "lifestyle". Traluce tra le righe anche un sottile afflato filosofico teso alla ricerca di una propria identità a tentativo di ricomporre il flusso frammentante del discorso narrativo. Forse una maggiore "emotività" darebbe un po' di calore ad una scrittura eccessivamente "glaciale".