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Bista spalancò la porta con un sorriso
trionfante stampato sulla bocca e con una tale forza che l'uscio sbattè
contro il muro scrostato come un batacchio, con un colpo secco che fece
sobbalzare i ragazzi.
Anche la Piera, china sul fuoco, si alzò di scatto, l'attizzatoio ancora
in mano. E tutti si resero subito conto che non sarebbe stata una serata
come le altre. Bista pestò i piedi per liberare gli scarponi dal fango
del viaggio, chiuse la porta che aveva fatto entrare una folata di freddo
malvagio, da bronchite, e posò la sporta sul tavolone di legno con insolita
cautela. No, non sarebbe stata una serata come le altre. Si avvicinarono
tutti al tavolo, come sempre al suo ritorno dal mercato cittadino, ma
già più eccitati. Fuori quasi buio.
Dentro i lampi del fuoco illuminavano ora l'altarino con la Madonnina
di Lourdes e il ramoscello d'ulivo delle Palme, ora i pentoloni di rame
che lampeggiavano rossastri, la credenza di noce, il pavimento di cotto
usurato. Bista esitò, li guardò con un sorriso mascalzone e, "Ho comprato
una banana" , rispose alla curiosità non detta dei ragazzi e alla Piera
sospettosa.
"Una che?", disse la Piera.
"Banana. E' frutta. Fa bene ai ragazzi, ci sono le vitamine. Così m'hanno
detto".
E, lui, combattuto fra la curiosità e la vergogna dell'ignoranza, non
aveva voluto chiedere altro al fruttivendolo. Estrasse allora dalla sporta,
frugando fra le cose solite e indifferenti, un cetriolo lungo ma storto,
liscio e giallo, con un picciòlo mai visto. Sapeva di sole, sembrava un
miracolo in quell'inverno spietato del '25 che aveva stecchito i peschi
dell'orto, bruciato le viti e mandato al creatore galline e conigli.
Restarono lì tutti chini a guardarla morta sul tavolo, come studenti a
una lezione di anatomia. Un frutto sfacciato, nato e cresciuto sotto un
cielo lontano e di sicuro più clemente, avvezzo a tavole privilegiate,
forse proibito. "E come si mangerebbe?" chiese la Piera sempre dispettosa,
con l'aria di voler rovinare la festa. Bista prese nelle sua manone da
spaccapietre la banana, la tastò come a verificare il grado di maturazione,
l'annusò, le dette un morso improvviso, imprudente e coraggioso, che lasciò
a bocca aperta i ragazzi.
La banana non fece una piega. Solo sulla buccia rimase l'impronta dei
denti che rivelava un cuore molle, bianco, pastoso. "Va aperta" sentenziò
Bista cercando con gli occhi, trovando e afferrando un coltellaccio, come
avesse dovuto squartare il maiale. Invece il picciòlo si tagliò arrendevole,
con uno "slac" secco, e rimase lì, amputato, sul legno del tavolo.
"Si deve sbucciare" disse la Nina sveglia, intelligente, mentre il fratello
piccolo si alzava sulla punta dei piedi e faceva leva con gomiti e avambracci
sul bordo del tavolo, i pugni chiusi, per sollevarsi e vedere meglio.
La luna bislunga della banana si sfogliò fra le dita lente e meticolose
di Bista e alla fine rimase un pistillo esagerato e tenero, con i petali
ammosciati alla base: un fiore buffo, la caricatura di un'orchidea. "Mica
la mangerai cruda?" ammonì la Piera dall'alto della sua dimestichezza
culinaria.
"E come", rispose Bista. "Bisognerà lessarla, friggerla, che so io, fammi
vedere", e quasi la strappò dalle mani reverenti del marito. "Mà, se è
frutta non si cuoce", disse la Nina.
"E le mele cotte? E la marmellata allora?" , la Piera non si arrendeva.
La restituì a Bista, indispettita. La conversazione era a un punto morto.
Il fiore grottesco restava inutile fra le dita impacciate di Bista, che
decise.
Lo spezzò, tenne per qualche secondo in mano il moncone viscido di pistillo
osservando la polpa, l'addentò lento e cominciò a masticare guardingo
come se sotto i denti avesse la rena, l'espressione corrucciata che mano
a mano si schiariva, mentre masticava più veloce e deglutiva platealmente,
vincitore. Senza parlare, offrì il fiore a Nina, poi a Gino. Masticarono
anche Nina e Gino, alla fine masticò anche la Piera.
Un sapore nuovo nuovo, promettente, senza traccia di asprezze, tutto da
inaugurare e da commentare, mentre fuori la notte si ispessiva e il gelo
prometteva di spaccare anche le zolle.
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