Siamo in tre siamo in tre

di

Antonio Kock

 

Siamo in tre dentro la casa: lui sta fermo ad ascoltare la musica con Mr. P, il cane che abbiamo trovato, accucciato sulle ginocchia; lei piega una sottoveste canticchiando a bassa voce; e io, che sto facendo finta di leggere, noto la sagoma di una vespa dietro la tenda. Faccio per dirgli di aprire la finestra per farla uscire, quando all'improvviso Mr. P scatta e gli squarcia la gola. Il sangue sprizza e io mi sveglio, soffocando un grido.
La stanza è buia, accanto a me lui dorme tranquillo. Mi rendo conto che stanno bussando alla porta, dev'essere lei che è andata nel bagno fuori. "Ma perché bussa?" mi chiedo, agitato. "Perché non entra?" - "Avanti!" urlo troppo forte, ma nessuno entra. E' logico, dato che lei è andata via ieri, è partita. "Chi è?" chiedo svegliandomi veramente, sudato fradicio. Ovunque è pieno di sole, stanno realmente bussando alla porta, è Andrea che viene a chiamarci per andare al mare. L'estate non è ancora finita. Di notte facciamo la fila per entrare al Colorado, ma alla fine non paghiamo perché siamo con Margherita e il suo ragazzo. Il Colorado è uno di quei posti che se non bevi sembra l'inferno. Io comunque bevo molto, non paghiamo le consumazioni perché i baristi sono tutti amici o fratelli di Margherita. Dopo aver bevuto mi diverto.
Più tardi si fa un salto al Planet Hollywood (o Hollywood Planet). Dentro c'è un uomo che mi colpisce, sui quarant'anni, sta in piedi al bancone sorseggiando Bud e fumando Assos, porta stivali neri, jeans neri e camicia nera con i primi quattro bottoni slacciati e una catenina con una grossa croce d'oro che gli pende sul petto; ha i capelli tirati indietro con il gel e gli occhi stretti, la mascella squadrata. Ogni tanto scambia qualche battuta con il barman e sta sempre fermo lì, a volte accenna qualche movimento ancheggiante seguendo la musica, occhieggia le ragazze e a un certo punto incrocia anche il mio sguardo e abbozza un sorriso che ricambio, al che lui annuisce piano in segno di approvazione.
Di giorno, alla luce del sole, uomini simili non se ne vedono. Distolgo lo sguardo e penso a me seduto su uno sgabello da quasi un'ora con un bicchiere vuoto in mano. "Ho fame," penso, e mi guardo intorno per dirlo agli altri, ma sono spariti tutti. Al loro posto c'è un turista inglese ubriaco che mi dice qualcosa che non capisco. Prima di andare a mangiare passiamo anche dal Red Bull dove bevo altri due Cuba Libre. Sudo copiosamente. Abbiamo voglia di pizza ma qua la fanno schifosa, così andiamo a mangiare hamburger in una tavola calda lì vicino.
Dopo mangiato mi sento male, ho un fortissimo attacco di mal di pancia e devo correre al bagno che ha la finestra rotta che non si chiude e si vedono le luci delle discoteche, si sente la musica fortissimo. Mi lavo la faccia e mi bagno i capelli. Sono quasi le quattro del mattino, ho una gran voglia di silenzio, mi sta anche passando la sbronza. Torno dagli altri e cerco di convincere lui a salutarli e tornare a casa.
Alle cinque meno un quarto guido veloce nella notte lungo le strade dell'isola, perfettamente lucido e un po' inquieto, e una volta a letto rimango sveglio a lungo. Stasera, a cena con Milton e la sua famiglia, rido spesso, ma con poca allegria. Dopo il caffè accarezzo il cane Hugo chiacchierando con la moglie di Milton, e mentre Milton si accende il sigaro mi viene in mente (chissà per quale motivo) che è molto tempo che non piango.
La conversazione va avanti ma io mi distraggo, non sento più niente. Mentre Cristina racconta la barzelletta dei porcellini penso all'amore sbagliato.

Hermes Scommenta
L'inizio sembrava promettente con quello sbalzo tra sogno e risveglio; poi il racconto prende una piega semi-delirante, mal strutturato e con una ricerca di caratterizzare i personaggi che rivela una povertà linguistica e sa solo sottolineare certi stereotipi. Il racconto poi manca di coerenza e di continuità, tanto che si potrebbero leggere i vari paragrafi invertendoli a piacere, tanto non cambierebbe nulla (potrebbe essere un nuovo stile, volendo!). Altro compito improbo a chi si accinge a voler posare gli occhi su queste righe e riuscire a trovare il soggetto alle varie frasi che si susseguono une alle altre come una sorta di libera associazione comprensibile solo all'autore o di chi ha avuto a che fare con gravi problemi psichiatrici.