Quasi un sussurro

di

Tizzi

 

Ore 4.del mattino.

Abbagliata dall'ultimo sogno pomeridiano, una giovane donna vagava per le prime ombre di una notte incipiente, prossima ad avere il sopravvento sulle ultime, sparute, tracce di un tramonto rassegnato.
Vagava ancora intorpidita dal lungo sonno pomeridiano, vagava passandosi lentamente, con fare sognante, l'indice della mano sinistra sul labbro inferiore, ed appariva assorta, ancorchè svogliata, ancora non sveglia del tutto, non ancora del tutto pronta.

Indossava, con fare distratto, un velo nero intriso di sottili metafore, e due labbra rosse di barbagli di intriganti messaggi.
Indossava una voglia che non si placava, ed una fame di sangue ereditata da antichi, vampireschi, antenati. Ondulava su due sottili tacchi metallici, fatti esclusivamente per ammiccare, e scatenare turbolenti desideri a lungo repressi, di spettatori affamati di fami insaziabili. Due aghi feroci che ticchettavano sull'animo molliccio di angosciati acquirenti, due sottili sostegni, di certo non progettati per passeggiate lunghe e sonnolente, ma per sfrenate e rapidissime corse in vortici di passione.

Oh, signori, la donna dal velo nero e dagli altissimi tacchi, oh signori miei, il profumo del peccato che le aleggia intorno, quando esce di casa, lo sguardo da tigre, e l'andatura da medusa, abbandonata all'ondulante andirivieni di maree antichissime, che sfuggono, da sempre, al controllo della ragione.

Ed il suo nome è : PECCATO,
P per Passione feroce
E per Eccitante visione notturna
C per Carne suadente
C per Contorsioni dell'animo
A per Amore carnale e di pensieri e di spirito e di vita
T per quel Tatuaggio che ammicca su quel ventre ondulante
O per gli orgasmi che distribuisce con un crudele sorriso.

Ed alcuni, che le sono più intimi, la chiamano Passione, per non confonderla con i banali bisogni della gente comune, e non sbagliare i gesti e le parole quando toccano la sua ombra o parlano dei suoi pensieri segreti.
E la chiamano Stella, da seguire per indirizzare con certezza una rotta a tratti confusa, e ritrovare la via corretta per perdersi tra flutti nerastri di incomprensibili bufere dello spirito.

E quelli che non la conoscono, o che la sfuggono per timore, la chiamano Vizio, da tenere in un cassetto, di cui non parlare, per il quale possono esistere solo fuggevoli pensieri angoscianti, tra lenzuola agitate da insonnie di frustranti repressioni quotidiane, per cui il sonno tranquillizzante non viene, e non cala, rassicurante, l'oblio dell'ignoranza.

Abbagliata dall'ultimo sogno pomeridiano, una giovane donna vagava per le prime ombre di una notte incipiente, ammiccando velenosa ad una schiera di grigiastri professori di vita, che da secoli si sforzavano di appiattire i sogni di allievi inchiodati per forza ad antichi banchi di scuole dai nomi incomprensibili, inutili. Inutili nomi per inutili scuole, che quelle schiere di milioni di alunni svogliati e recalcitranti aspiravano solo ad un attimo di abbagliante visione di quel velo nero ammiccante, ed all'ascolto sconvolgente dell'ipnotico ticchettare di quei due spilli dolorosi.

Se uno dei molti giudici saccenti avesse alzato lo sguardo dai suoi tomi polverosi, se avesse scrutato per un attimo l'ombra strisciante sui suoi pensieri, avrebbe di certo compreso l'errore iniziale, avrebbe visto la voragine spalancata intorno a lui, e avrebbe tremato, oh signori miei, avrebbe di certo avvertito un gelido brivido di terrore, per i mille errori commessi, ed i milioni di peccati da scontare nel suo inferno quotidiano, che lo attendeva fremente. Perché una giovane donna vagava allora ed ancora si aggira tra le sue stanze, e scivola tra i vostri sguardi come fosse un bagliore improvviso, un brusio sommesso che non tace nei silenzi riposanti dei vostri timori e delle vostre rinunce.

Perché il suo nome è anche PASSIONE, e ribolle nell'ampolla dell'animo vostro, signori miei carissimi, e scuote le fronde di quei pensieri che sfuggono sui rami più alti, e sfrondano fruscianti quando una brezza sfiora la cima dei desideri e dei bisogni e della fame. Se volete, in un momento di sfrontato coraggio, chiamatela FINE, che sia la vostra ultima spiaggia, che sia il termine affannoso del vostro viaggio, che appaia come l'ultima stazione di posta, prima del grande salto. Se aveste il coraggio di alzare lo sguardo, potreste scrutare la sua rotta tra le nuvole, e la scia ribollente intrisa di gemiti, ed i resti galleggianti dell'ultimo naufragio dei vostri piccoli bisogni e dei vostri grandi appetiti. I relitti abbandonati di quello che avreste potuto avere, oppure, soltanto lo scoglio annerito su cui si sono infrante le vostre meschine rinunce.

Chiamatemi SESSO, CARNE e PASSIONE DEL SESSO E DELLA CARNE, e suonate alla porta su cui trovate impresse queste parole, ed una giovane donna velata di nero vi entrerà nell'animo, e strapperà la vostra carne, e rivolterà le vostre viscere fumanti, per darvi il modo di scrutare il vostro destino, e legherà per sempre la vostra mente ed il vostro cuore, in un cappio che vi darà vita e morte, urla e sospiri, gemiti e sorrisi.

Chiamatela PECCATO, com'era, è e sarà per sempre, che sia la vostra droga, la cura dei vostri dolori, la medicina per la malattia che da sempre stringe e contorce quel vostro piccolo animo, represso, piegato, genuflesso nell'ombra di misere stanze vuote, e polverose, ed inutili. Chiamatemi come volete, come il vostro primo pensiero vi detta, ma fate un gesto per cui io ci sia, che richiami l'attenzione di una giovane donna velata di nero, che si volti verso di voi, e vi uccida per sempre, definitivamente. E quando, di nuovo, fortunosamente, ancora torna ad ammiccare una nuova aurora, ad albeggiare ancora la luce di un nuovo giorno, signori, fate che sia di nuovo una speranza, quella che vi stringe il cuore nei mormorii di un ennesimo, triste, risveglio. Fate che sia di nuovo un auspicio, quello che vi sfiora la mente, mentre dirigete passi ciabattanti verso un cesso che attende i resti dei vostri sogni notturni. E nei fondi del caffè che trangugiate per scacciare un po' di fantasie notturne, sforzatevi di leggere i presagi di un nuovo maleficio.

Quella donna silente sarà ancora al suo posto, nella nebbia di una prossima notte, avvolta dal freddo di un inverno che, di certo, prima o poi passerà. Quella feroce pantera artiglierà ancora il vostro sesso, e di nuovo strapperà via i vostri veli. Datele un nome che faccia ribollire le vostre vene sclerotizzate da giorni e giorni di attesa, datele un nome che sia una fuga, datele un nome che sia un segreto che voi soli conoscete, chiamatela MIRACOLO, che aspettate ogni giorno, che pregate tremanti, che il capo si china, nell'ombra eterna delle navate infinite ripiegate nell'animo vostro, ecclesiastico, canonico, genuflesso ai voleri di sconosciuti manipolatori. Quando verrà il momento, se non avrete mai spiccato il salto, vi accorgerete che rimarrà solo un nome da poter dare a quella visione, e sarà…

E sarà sfrontato, lo sguardo che si conficca nella mente, e sarà un maleficio, se vorrete andare ancora più a fondo, e sarà un grido, che nelle notti d'estate risveglia il canto di solitari falchi dallo sguardo arcigno. E se così deve essere che sia, ma la mano si ferma comunque, ed esita, miseri arcieri di rinsecchite ed esfoliate foreste, epigoni di stragi annunciate. La mano si ritira, e voi, miei piccoli signorotti di campagna, la guardate tremare, quella mano estratta per afferrare un brandello di vita, fissate le vostre esitanti rinunce, ed i miei spavaldi sguardi nel fondo dei vostri occhi.

Così, come per caso, ecco che ci fissiamo a vicenda, venditrice ed acquirenti, suvvia, bando alle chiacchiere, bando ai sorrisi fasulli, alle parole bugiarde, giungiamo alla fine, che questo ci meritiamo entrambi, denaro e piacere, la duplice fine della stessa storia, il duplice risultato di un singolo esperimento, è quello che abbiamo sempre cercato, il sorriso di un agiato pomeriggio senza problemi, e l'affannoso soddisfacimento di un bisogno primordiale.

Macchiatemi pure la pelle con le vostre parole più sporche, che sia un miracolo, se ancora non avverto l'odore del vostro sudore, macchiatemi l'animo con i vostri pensieri più sporchi, che sia per caso se ancora vi assolvo. Pietosa sorella dal nero mantello, dalla fronte lunare di un pallore intrigante, e sappiate solo voi che sotto a questo saio monastico ammiccano i sussurri di voci proibite, bisbigliano le pallide luci di strani lampioni rossi, di carta di riso. Fate uno sforzo per afferrare il senso, provate a saltare oltre questo muro sbrecciato, bianco di calce e screziato da voraci selci selvatiche, che non si fermano, che non esitano, proprio come queste mie gambe, che non hanno timori nell'aprirsi al mondo, a tutto il mondo, a tutta la gente del mondo, che non esitano a divaricare i portali carnosi di questa mia villa silente, affondata in un parco ombroso che la diritta via era smarrita ed or mi sovviene, ei fu si come immobile, steso tra le lenzuola disfatte di questo mio personale campo di battaglia, misero, che non ricordava con quale ferocia, terra dopo terra, ogni tua fortezza io assalto.

Ecco, è così che nacqui, ed è così che ogni notte voglio morire, dispersa, profuga sopravvissuta a stento a micidiali pogrom di feroci carnefici, che siete voi, miei diletti assassini, siete voi, che con le vostre lame affilate squartate questo corpo morbido di sapienti genuflessioni, indifeso di astute falsità, saporito di saggi condimenti oleosi, speziati, di antiche e lontane terre d'oriente. Siate ancora i carnefici di quella figura che insinua pensieri malevoli, che spinge a nuovi e contorti sadismi, siate, con le vostre grandi mani, il lupo cattivo che ha grandi occhi ma poco cervello, e mentre si appresta a sbranare la piccola fiammiferaia non si avvede del tranello, non scorge, sotto al suo cappuccetto rosso, lo svettare marziale di un milione di testate nucleari. Quando le farò esplodere contemporaneamente nel vostro cervello, sarà solo un lampo l'ultimo ricordo che porterete con voi. E l'ultima immagine che ricorderete, delle vostre precedenti ed inutili vite, sarà la desolante sensazione di una privazione, di un vuoto che non avete mai colmato, che non potrete più riempire e non resterà che dibattersi nella eterna ignoranza di quale misterioso oggetto avrebbe potuto colmarlo.

Provate a chiederlo a quell'ombra che occhieggia dal ciglio della strada, ogni notte, sotto le vostre finestre, provate a chiederle quale è il prezzo per conoscere la verità, forse scoprirete che saziare le vostre fami costa meno di quello che sareste disposti a spendere, per un attimo di vita vera, per un attimo di vita, per un attimo, in un attimo, per sempre.

Ed ora che la notte ci avvolge, e nel suo protettivo mantello ci assopiamo felici, quale mistero rimane ancora da sfogliare ? Quale angoscia si cela ancora nel fondo di questo bicchiere semivuoto ?
Ditemi, ditemi, quali sogni non ancora sognati, quali parole non ancora sussurrate e quali sguardi e quanti sguardi e quanti sospiri e mormorii.

Datemi il tempo ed il modo di contare quanti sassolini riposano sul fondo di questo vecchio barattolo, che conservo sul ripiano più alto di una memoria spesso fallace, troppo ricolma di cose per contenerne di nuove. Ditemi, vi prego, vi scongiuro di raccontarmi come avete speso la più banale delle vostre ore, ricopritemi di noia, in modo che il cuore torni a battere lentamente, aiutatemi a lavare via tutta questa voglia di tempesta, e questa sete di diluvi e questo bisogno di respirare venti così forti da sradicare le radici del quotidiano.
Come ritrovare tutti quei minuti che mi sono mancati, che ho gettati via per la fretta di trovarne e consumarne di nuovi ?
Come fermarsi, come arrestare questa corsa senza una direzione, questo saltellare frenetico verso frutti inarrivabili ?
Fermatevi, voi che potete o che volete, e ditemi che lo volete, a dimostrazione che in fondo avete, per questo velo nero, un goccio di bene da versare, ed un sospiro di attenzione.

Vi regalerò una lacrima, se sarò capace di estrarla da scrigni serrati da troppo tempo, vi donerò un lamento, che da tempo non ne ricordo il sapore un po' amaro. Vorrei offrirvi, lo giuro, un dolore sofferto con abbandono, per dimostrare che sono buona, per provare a me stessa che c'è una via ed un modo diverso per riposare nelle ore del riposo, e lavorare nelle ore del lavoro. Non come adesso, che sbaglio il fuso orario dei miei bisogni, e ribalto cocciuta il quadrante di questo vecchio orologio, dono affettuoso di un vecchio nonno mai dimenticato ma certe volte fin troppo ignorato.

Ed ora che la notte ci avvolge, con i suoi profumi da poco, ditemi che le parole che spendiamo non sono inutili, ditemi che in fondo, alla fine di ogni contratto, c'è una piccola postilla, che mi permetterà di scappare via, qualora non dovessi trovare il senso di tutto questo agitarmi, se mi sentissi barcollare, nel bel mezzo di questo continuo scambio, o se dimenticassi di colpo le parole della preghiera che sto recitando.

Ora che sono stanca, stanca davvero, ditemi che posso sognare qualsiasi cosa, che non sarà male, e non ci saranno condanne, ditemi che posso, e lasciatemi andare.

Hermes Scommenta
Ecco un modo di scrivere rapido, intenso, che non lascia pause. Una scrittura nient'affatto intellettuale o pretenziosa ma carnale, una scrittura che scaturisce dal "corpo" e dai suoi vissuti e che tesse continuamente una trama sottile che rimbalza ininterrottamente fra sensualità e dolore, fra passione e sofferenza, fra sguardi volti all'orizzonte e occhi che hanno sperimentato l'Abisso. Niente melodrammi o autoreferenze, ma una scrittura "incisa" nella carne, nelle emozioni che si situa in quell'esile spazio in cui vive la poesia e insieme il brulicare delle pulsioni. Consiglio: da leggere tutto di un fiato, come quando si beve la vodka ghiacciata; non la senti andar giù, la botta arriva dopo…