ABNOMALATO Storie di reti e di vite

 

Uffici al settimo piano di un grattacielo di Manhattan.

2:12 AM.

La sala macchine della Davids Consulting Inc. mormora il noto sciaquio di ventole indaffarate a dare sollievo ad un marasma di circuiti elettronici accaldati, inevitabilmente occupati a trasformare impulsi magnetici ed elettrici in immagini, informazioni, servizi.

Il locale è piccolo, le luci spente non bastano ad immergerlo nell'oscurità, led verdi, rossi, ambrati lampeggiano indefessi, unica manifestazione, con il respiro delle ventole, della caparbia attività di una affollata server farm.
Non c'è vita umana intorno.

Direttamente pluggati ad un Cisco Catalyst 2800 computer assortiti distribuiscono pacchetti.

Nel suo monolocale a Milano, BitJay non può vedere la danza dei led.
Non gli è necessario, da li, tramite rotte che indugiano a Helsinki e Amsterdam, è come se fosse presente.
Le sue dita martellano incessantemente sulla tastiera. Guardarlo è uno spettacolo surreale e sconcertante: lavora su 6 shell della sua Linux box.
Fra telnet, ping, strobe, lynx, log anti contro intrusione e irc aperto su #stalkers.
Interpreta scorrenti schiere erranti di caratteri bianchi, quasi prima che vengano visualizzate.
Ogni tanto si ferma, legge con un velo di dubbio e aspettativa negli occhi, sogghigna.

A New York, le testine di un Quantum SCSI da 9 Giga volano a velocità inimmaginabili su una pianura di fili d'erba magnetici. I contenuti di un /var/lib/mysql vengono succhiati dal bus SCSI e sparati in memoria. Il diligente Pentium II 333 segue le istruzione che una shell gli impone.
Se avesse un po' di autocoscienza e spirito di appartenenza alla compagnia potrebbe rifiutarsi, insospettito dalla provenienza delle voci che lo comandano.

Dopotutto sta esportando ad un computer da qualche parte in Europa il database dei clienti della compagnia. Eppur non sembra importargliene.
Una rootshell gli dice di mostrare il file, lui obbedisce.
Il flusso di varie migliaia di byte si mobilita e il solito miracolo dell'internetwork globale si ripete implacabile.

Il Pentium prepara le buste dei pacchetti.
Una raffica di istruzioni scrive l'indirizzo IP del fortunato destinatario, aggiunge byte di contorno e manda tutto alla scheda di rete.
Ci pensa lei a parlare con il Catalyst, su 3 metri di cavo twistato e schermato, il file gzippato diventa un flusso intermittente di impulsi elettromegnatici.
Nello switch, insieme a centinaia di altri pacchetti, quelli violati prendono la strada del router.
Altri due metri di STP che scherma e trasmette implacabile e questi raggiungono il Cisco 3640.
Sono ad un passo dalla porta da cui non dovrebbero mai uscire.

Il router ricompone, analizza e ignaro spara tutto sull'interfaccia WAN.
Prima ancora che BitJay possa pensare di avere ripensamenti, i byte con informazioni variabilmente confidenziali si tuffano nel grande vuoto.

Dal Terminal Adapter del settimo piano i due sottili coassiali della T1 scendono fino al sotterrato, nel box nero della AT&T dove passano tutte le telefonate, i fax, le email, i dati in entrata ed uscita dell'interno edificio.
Da qui partono due chilometri di fibra ottica, dritti alla centrale di quartiere.
Quello che avviene nel box è frutto di centinaia di migliaia di ore uomo, decine di anni di ricerca tecnologica e due giorni di installazione.

La luce corre veloce sul local loop e si porta dietro i segreti della DC Inc.
Per i piccoli pacchetti criminali inizia la più ardita delle avventure, il più omerico dei viaggi, il più inafferabile degli eventi artificiali del pianeta.

Sempre grossolana apparenza di infinitesime e ineffabili danze di elettroni.

La serie di bit cambia forma e sostanza in una sequenza irripetibile.

Viene tramandata da un dispositivo di rete ad un altro in svariati modi.

Ora è un impulso elettrico, ora un fascio di fotoni, ora onda elettromagnetica.

Scatolami HiTech provvedono a ricevere, codificare, generare e trasmettere il segnale, qualunque sia la sua natura. Si rimpallano. Ping pong multilivello fra uno e l'altro. Metallo, fibra o aria.

Chilometri di cavo che si insinua fra metropolitane e tubazioni assortite.

Si dirama, connette, si ferma ad uno box metallico per poi ripartire.

E quando finisce la terra da scavare ci si butta nell'oceano, con manicozzi di fibra srotolati placidamente sul fondo. Dentro la luce viaggia intermittente, in decine di flussi paralleli.
Migliaia di chilometri, nodi, snodi, ingorghi, intrighi.

Aria, fuoco, terra che sia, alle entità informatiche che spesso si materializzano in una JPG porno sul video il mezzo cavalcato non interessa.

Non interessa la tecnologia di trasporto, i protocolli di comunicazione, le sfumature semantiche di matematica informatica.

I file viaggiano. Le finestre scorrono. I pacchetti rintoccano. I frame fluiscono. I bit impazzano.

In pochi secondi cinque anni di attività di una media azienda di consulenze newyorkese iniziano a gocciolare nell'hard disk di un ventenne milanese.

Un hackeraggio quasi normale per BitJay. Commissionato da tale Console, conosciuto su Irc, ben pagato e tuttosommato semplice.

Quello che Console non aveva detto, e forse previsto, era la tempesta che sarebbe diventata la vita di BitJay da quel giorno.

 

Abnormalia