I/O
Un implacabile leggero ronzio avvolge da
sempre i miei secondi.
Fa rima col rantolo della metropolitana, del traffico, dei respiri, delle attività umane.
Si mischia e cavalca interferenze elettromagnetiche di varia natura.
Attraversa le mie orecchie e si deposita sul mio cervello, come bianca neve o verde
fuliggine.
Copre, cancella, confonde, smussa gli angoli vivi, ammorbidisce le forme.
Giorno dopo giorno, con inevitabile regolarità.
Non è prepotente, invasiva o irritante. Non ne ha bisogno.
Sedimenta intorno a me, mi copre di voci di opinioni di informazioni di immagini.
Sono le idee del mio mondo.
Sono diventate le mie stesse idee.
Televisione, certo. Giornali, anche. Reti, libri, scuole, voci, tutto.
Il mio ambiente, la mia vita, le mie esperienze, le parole che hanno trovato la via alle
mie orecchie.
Io sono loro. Io sono grigio.
Non c'entrano i fumi, non c'entra la noia, l'età o lo spirito, la vita non è grigia
perché è noiosa, non è grigia perché è ammalata.
Il grigio è un blando insieme di tempere mischiate, sono gli ideali e le idee, vividi ed
distinguibili solo quando sono puri.
Grigi e inquinati quando si mescolano nelle menti, nei discorsi, nelle mie parole.
Il grigio è il minestrone di tutti i colori.
Le mie idee sono grigie perché sono impure, le tue idee lo sono pure.
Perché non c'è più qualcosa di vero, di nuovo, che noi possiamo dire o pensare.
Noi pensiamo quello che il mondo ci ha fatto pensare.
Siamo lo specchio della nostra vita, come ripete Pitagora.
Ancora una volta dico quello che altri mi hanno detto.
Deglutisco il vomito verbale che altri hanno già digerito.
E' stupido, sai, stare qui a dire cose che sai già, perché non c'è nulla di nuovo
che io ti possa dire che qualcun altro non abbia già detto o pensato.
E' stupido per te cercare di capire cosa vogliono dire le mie parole, perché non ti
riveleranno nulla di nuovo, perché non le puoi veramente accettare.
Io stesso non posso credere a quello che sto scrivendo.
Ogni mio pensiero, ogni mio comportamento, sentimento, carattere,
è il risultato di innumerevoli micro influenze che mi hanno bersagliato, inevitabilmente,
fin dall'inizio. Che mi hanno plasmato, costruito, cambiato, rifatto, che mi hanno creato.
Io sono il litigio con un compagno d'asilo, il rimprovero di mio padre, lo spezzone di un
film d'amore, una pubblicità apparsa in un particolare momento, un articolo di giornale
letto, una serata con degli amici invece della visita ai parenti.
Per non dire la classe frequentata, il centro, la famiglia, i vicini di casa, la città,
la nazione, il periodo storico.
Io sono figlio del mio tempo, della mia società e dei singoli micro eventi della mia
vita.
Io sono loro, con un po' di sale genetico di condimento.
Ma non ci credo veramente.
L'illusione è profonda, penetra nell'inconscio, mi fa credere di essere un individuo, di avere una personalità m i a, che non mi sia nevicata addosso, brusio dopo brusio, ronzio dopo ronzio, metropolitana dopo metropolitana.
Ma non ci credo.
Se lo facessi capirei chi sono.
Capirei cosa c'è sotto la crosta del mio vissuto.
Capirei e mi annullerei o mi disperderei in un Tutto che non riesco a comprendere.
Io sono la crosta.
Sotto, l'inconoscibile.
O il dimenticato.
17 9 1999
Rileggermi dopo anni fa sempre sorridere,
Come sempre, quello che scrivo invecchia.
E non solo quello.