Ma guarda, una pagina nascosta

spruzzi di parole, a loro modo

 

E così si ritrovò solo.
Sopra uno scheletro di albero, appoggiato al ramo più alto.
Gracchiava. Lanciava segnali senza eco, invocava domande senza risposte.
Il freddo, il silenzio, la stasi, urlava.
Nemmeno delle verdi foglie potevano consolarlo con la loro danza al vento.
Anche loro, morte a terra, avevano finito la missione.
Presto sarebbe toccato anche a lui, stanco al freddo.
Le ultime voci che sussurrava rivelavano la disperazione e lo sconforto, mescolate in un fluido di indifferenza.

Era solo.

Sulla cima di un albero. Cercava con la voce specie amiche, urlava nel silenzio.

Prese il volo. Solitario si appoggiava al cielo.
La sua vista si nutriva di un mondo di tensioni ed opere, energie e amori.
Dall'alto guardava e più guardava meno ci pensava.
L'effigie di una storia naturale e di una culturale si stava sbiadendo.
Alberi e case scorrevano sotto di lui, visibili ed indistinti, sempre meno importanti.
Volava e non se ne accorgeva.
Moriva e non se

Il suo corpo cadde a terra, lui era già lontano, nè felice nè triste.
Dove non c'erano pensieri, dove non si poteva stare da soli.
Se n'era andato, era tornato, lasciandoci un'altra testimonianza di esistenza, messaggio noto e sconosciuto.

CORVO

A Parsec

Era indubbiamente un bosco quello in cui mi ero perso.
Lo sapevo.
Non poteva essere altrimenti.
Eppure i miei occhi pensavano ad altro, mentre sfumature mentali plasmavano curiosamente ciò che vedevano. Un cielo limpidissimo e caldo abbracciava le cime degli alberi, mentre dispettose nuvole bianche gli facevano il solletico, ora diventando mani irriverenti dalle dita lunghissime, ora coagulandosi in grumi bulbosi.
Danzavano al ritmo di una musica indescrivibile, un canto asessuato e armonioso che si accompagnava ai versi degli alberi, ai giochi delle foglie stuzzicate dal vento, mentre vedevo cortecce respirare e formiche moltiplicarsi.
Camminavo, vagavo, sentivo che dovevo seguire quelle armonie, sapevo che ci sarei arrivato senza dovermi muovermi.
Erano ovunque, vibravano nell'aria e nelle miei orecchie, conquistavano lo spazio e lo plasmavano, lo riempivano, lo determinavano.
Vidi un albero drogato, sirighe tozze e larghe infilzate alla sua base, lungo tutta la circonferenza, un liquido blu colava dalle ferite alla corteccia.
Verificai quale droga assumesse il fratello arboreo, fungicidyn, forse un rilassante.

Corsi in una radura apertasi come una macchia d'olio nel bosco.
L'erba alta flagellava il mio corpo, innumerevoli specie di vegetali travolti, calpestati, uccisi da una massa animale ignara e devastante.
Mi fermai, guardai la scia che solcava quella platea affollata di erbe variopinte, protagoniste e spettatrici di un concerto che si ripeteva, mai uguale, da milioni di anni.
Era il mio sfregio agli equilibri di un prato d'erba.
La moltitudine di specie ondeggiava e si mischiava in un oceano di fenotipi, fra sfacciate copule all'aria aperta e disseminazioni selvaggie.
Era una battaglia, infinita ed atroce, ed era bellissima.
Cavalcai ancora il campo d'erba alta, amando mentre uccidevo, inseguendo una melodia di strumenti musicali senza nome.

A due metri una lepre improvvisamente esternava la sua esistenza scappando a balzi e sobbalzi dal più innocuo e pericoloso dei predatori.
Il vento.
Oh il vento era ovunque, sensibile e placido, a sbattere senza sosta molecole aliene in faccia alla gente. Il vento aumentò con un rullio di tamburi, un elicottero galleggiava nel cielo, borbottando il suo messaggio misterioso ai miei neuroni in cerca di significati.
Dietro un filare di alberi, che attraversava un campo divenuto immenso, si ergevano lontani alcuni condomini rossi e grigi.
Armi improprie della razza umana per conquistare un territorio di passaggio.
Salutai la grossa mosca di metallo ronzare verso gli edifici, tornai verso l'inciviltà ad amare un albero magro ed altissimo, che, in un bosco senza pietà, cercava di afferrare alcuni raggi di sole a scapito della propria stabilità.

Un cavallo incrociò il mio sentiero, aveva uno strano copricapo a bendargli le orecchie, sembrava venuto da un mondo di folletti.
Per alcuni secondi, ne sono certo, ho vissuto nel Medioevo.
Guardava dritto, nitriva, forse irrequieto per l'inusuale incontro.
Quello che gravava sulla sua schiena era un uomo.
Se ne andarono. Amavo anche loro, chi più chi meno.
Camminai verso un ponte che eludeva un timido ruscello.
Mi fermai a guardare l'acqua che scorreva. e scorreva e scorreva e scorreva e scorreva
E io, li, fermo, sentivo il flusso schiavo della gravità ma fermavo i secondi, li trattenevo fra le dita, domando astutamente i loro guizzi improvvisi e ribelli.

Mi voltai, era seduto su un tronco.
Dalla sua bocca uscivano suoni ancestrali e capolavori neuronali.
- Hai imparato a cantare.
- Si.
E continuammo a cantare.

CANTO

Di sera; quando la citta' si addormenta, finestra dopo finestra, quando i lampioni aspettano di essere spenti da teppisti cresciuti male, mentre le stelle non guardano e non ascoltano, perché a loro, del brusio umanitario, non gliene importa niente; di sera, quando i ratti diventano i padroni delle strade e le ragazze per bene non possono farsi vedere in giro, quando gruppuscoli di persone si radunano intorno ad un venditore ambulante di panini, mentre il sole sorride dall'altra parte del mondo, lamentandosi che non sia piatto; di sera, quando arrivo io.
Faccio in silenzio, non disturbo perché non è bene che mi vedano.
Mi temono in fondo, comunque non mi frequentano.
Sono l'individuo scuro, quello che si preferisce non vedere.

Do fastidio, lo so, la mia vista da fastidio perché ricorda cose che non funzionano e accende un barlume di compassione che non può emergere mai troppo dal cuore dei nativi.
Quando la sera si addormenta e i lavoratori della città si preparano a lavorare ancora, a friggere nelle loro automobili carri funebri, quando la strada appartiene ai drogati, i barboni e i marocchini, io inizio a farmi vedere.
Sono l'incoscio nascosto, il brutto rimosso, l'irrazionale coperto.
Nel loro sonno posso anche trovare una breccia, un varco verso la luce del percepibile, seppur onirico.
Sono il lavavetri, il vu cumpra', il bosniaco, l'immigrato.
Sono il cane che cerca di pasteggiare ai bordi del tavolo bello, l'avvoltoio che si nutre di carne decomposta, la mosca a cui rimane solo merda.
Sono le cose che non piacciono alla gente, quelle che è meglio che non si vedano, che esistano pure ma non si facciano vedere.

Sono anche un ipocrita, un falso, sono l'esatto contrario.
Sto dalla parte giusta.

CONTRO

AbnormaliA