CARTE DAL FUOCO
di Tatlin

Non ci si può muovere da quando è esploso il sole. Almeno, a quanto dicono, è meglio non muoversi affatto. E sono anni che è così. E poi non è che sia completamente esploso, il sole. è che non sta tutto in un punto, come prima, ma sta come una carta intorno alla sua caramella. Allora, da allora, noi della Terra e il sassolino che intorno ci gira col nome antico di Luna siamo dentro un sacchetto di sole. Un sacchetto di fuoco.

Nessuno avrebbe potuto pensare che una stella potesse iniziare a schiacciarsi, allungarsi e poi farsi sottile, un involucro, e curvarsi intorno al suo sistema fino a contenerlo tutto in una nuova forma di sfera più grande. Una sfera nuova di fuoco, ma cava all'interno, e noi dentro. Così non esiste la notte.

Poi si è scoperto che muoversi troppo fa male. Da quando è successo che il lucernaio cosmico si è aperto è venuta la luce e l'immobilità. Provate a chiederlo a quei poveracci, a quei primi stramorti all'inizio dell'epoca. Tutti finiti. Spariti. Non c'è posta che possa raggiungerli. Non c'è cavo che possa acchiapparli e connetterli a voi, alla vostra domanda e farli parlare. Provate a chiedere a loro, come sempre non vi risponderanno. Voglio dirvi soltanto che poi si è capito perchè uno moriva: perchè si muoveva. Ripararsi alla luce non è certo un problema, ma questi lampi di raggi solari che la cupola ardente di continuo scarica a terra non sono sostenibili a lungo. Si sta chiusi, ma fermi.
Bisogna. E quando capirono questo ebbero subito chiaro il sistema per far funzionare la vita, l'unica macchina che non deve fermarsi mai. C'era, per fortuna, un precedente. L'Agaim era un sottoprodotto dell'era informatica originaria. In effetti fu uno scarto industriale, un buco commerciale di una multinazionale poi fallita perchè non potè andare oltre il prototipo.
Era l'epoca arcaica, non si poteva far meglio. L'Agaim spostava in principio solo immagini, piccoli disegni patetici, elementari figurazioni di oggetti fasulli quanto solo una raffigurazione può esserlo. Dirò cosa è poi diventato in tempi recenti, alla luce del sole.

Oggi, l'ECKPALAN, come si chiama, sposta gli oggetti, muove cose reali. è le nostre mani, come ci hanno insegnato. La popolazione ridotta dal primo evento conosciuto di inglobamento di un sistema solare, si convinse alla vita sotteranea cui era già in parte abituata. Fu un passo definitivo, comunque. Anche qui sotto però, quelle che vengono dette Tracce solari possono uccidere.
Uccidono più le cose in movimento. E non potersi muovere liberamente spinse a cercare un mezzo di trasporto che non coinvolgesse la parte umana.
Ora, in principio, l'ECKPALAN aveva questa funzione. Non vi dirò tutti i passi e gli errori, e i trionfali annunci dati e poi smentiti, e i tentativi malinconici di piccoli sperimentatori che tentarono di perfezionare individualmente il prototipo, spesso vedendosi esplodere tra le mani le macchinette che avrebbero risolto i problemi di tutti. Oggi tutto funziona con soddisfazione dei più. L'Eckpalan è in pratica un Desk individuale di un solitario operatore. Terminazioni nervose e grappoli di sferette sono sistemate nel palmo di ogni mano e un piccolo monitor nell'angolo alto delle scurissime lenti che bisogna sempre portare visualizza l'ambiente circostante nel raggio di un paio di chilometri divisi per ambienti. Individuare l'oggetto che occorre, la bocca di alimentazione, il sistema di ossigenazione è molto facile. Un cursore quadrato ne coglie la sagoma, descrive con breve sintassi funzioni e dimensioni, il servizio offerto. Lo si può scegliere e regolare e farlo arrivare alla propria postazione grazie a un sistema complesso di forza sospensiva ed usarlo come si conviene. Qui si muovono solo le cose, non gli uomini. L'intelligenza artificiale, com'era detta, è diventata un'intelligenza infantile. Tra noi non si parla, non c'è parola. Sappiamo indicare le cose, farcele dare dal Desk, tenerle in mano e poi riportarle all'ambiente di appartenenza. Qualcun'altro nel raggio dei molti chilometri vuoti a disposizione, lo prenderà, troverà forse un messaggio dell'ultimo utente di trasporto, un saluto, uno scherzo, un consiglio, una nota tecnica di malfunzionamento. Ma non conoscerà mai di fatto il lettore delle sue poche parole. La vita è molto povera, insomma, e tempo ne resta abbastanza per pensare a quello che è stato prima, prima che la stella aprisse le ali e ci prendesse con le sue zampe luminose nella stretta.

Come ho detto esistono poche parole fra i sotteranei. La lingua del buio è poverissima. O almeno dovrebbe esserlo, per legge. Perché qualcosa è successo a me come altri, tanti altri che pensano ed hanno bocche parlanti. Ma vi dirò tutto. C'è stato un tempo, un tempo non descrivibile in maniera precisa perchè dire un giorno sarebbe inesatto, che il mio cursore ha incontrato i cavi normalmente segnalati come "cavi potenza" senza restituirmi questa definizione.

Un fatto eccezionale per un posto, questo in cui viviamo, dove tutto è definito nei dettagli, dato che si vedeno solo sagome e chi guarda è sempre lontano dall'oggetto che osserva. Ho girato intorno a questo strano avvenimento per tanto tempo prima di decidermi. Prima di comprendere che siamo vissuti non solo all'ombra, ma anche all'oscuro di troppe cose. Operare il cursore è facile, le sferette alle mani sono leggere, corrono sullo schermo nelle lenti, agiscono rapide in fatti. Ho aggiunto altri cavi, spine, connettori mediali al cavo sottile scoperto per caso. Quel cavo sottile senza definizione. All'inizio c'è stata come una scossa, vibrava il Desk, sul piccolo schermo fu come si fosse aperta una bolla di luce troppo forte ed istantaneamente devo aver chiuso gli occhi perchè tutto si è fatto nero. Poi, piano... fosfeni... liquori dentro le palpebre. Dopo tutto ha ceduto all'ordine, le macchie si sono composte in due soli colori. Frasi. Vedevo parole. Un dialogo immenso tra lontane persone. Ancora si parlano i vivi nel mondo dell'ombra. Questa è una verità che ho scoperto da solo. Non pensavo ci fossero pericoli in queste connessioni. Almeno volevo crederlo, perchè il fatto stesso che non fosse funzione disponibile dal vettore primario mi sembrava preoccupante. La nostra etica è quella dei sedentari. Si basa su ciò che ci è possibile raccogliere.

Molto poco. Abbiamo leggi, però. Fissate sui termini della restituzione e del riposo. <<Restituisci ciò che prendi. Tutto torni al suo luogo>>. E' quasi tutto, almeno sono queste le cose più evidenti nella società immobile. E invece ora scopro che le parole sono mobili, se ne vanno leggere sui cavi, frequenti, instancabili, molteplici. Non hanno sagome però. All'inizio è stato difficile comprenderle tutte. Filavano dritte allo schermo come se qualcosa le rincorresse. Parole trafelate e senza senso. Ma dopo, trascorso un tempo, s'aprivano spazi, un vuoto nella memoria prendeva colore, si colmava, appariva come le bolle d'ossigeno che a volte si formano nel tubo dei liquidi, ma senza rumore.
Amo le parole che scambiano i desk tra di loro.

Ho compreso così, solo leggendo, che esiste un luogo abitabile anche in superficie. Pare che la Luna proietti un cono d'ombra fisso sulla crosta terreste. Pare sia possibile viverci, andarci e camminare. C'è una volontà estranea che ci tiene inchiodati qua sotto, non so per quale ragione non dà notizie di se. Ma comanda la stasi.

C'è stato un tempo che ho parlato. Avevo acquisito un vocabolario impreciso, ma bastante a farmi sentire, far capire che c'ero anch'io, che sapevo parole abbastanza per dire "Voglio andare lì fuori, se si può". Balbuzie di una prima volta. Comporre parole sul Desk è più difficile di quanto credessi. Ma avevo scritto la frase, bastava lanciarla dopo avere interrotto la corsa dei verbi, i salti degli aggettivi che andavano da un operatore all'altro.
Lo feci, alla fine.

Pausa.

Schermo vuoto. Un sibilo intenso si andava smorzando, cadeva definitivamente nel grigio. Silenzio. Avevano smesso la trasmissione. Erano sconnessi.

AbnormaliA