LA DIMORA
di Tatlin

Davanti a queste tombe con il cappello in mano. Il cuore per la prima volta assediato da una grandissima desolazione.
Davanti a queste tombe per pensare capriole. O i salti che si possono esibire nella vita. Ricordarsi giusto adesso tutti i casi eccezionali e le giornate che sembravano lanciare pure noi a un cielo bianco di avventura... Un cielo aperto, inverosimilmente.
Il loro di certo lo è stato.
Deve essere andata così.

Dunque questa è stata la loro casa. E' giusto che la chiamino dimora visto e considerato che il disegno architettonico è elaboratissimo e meravigliosamente messo in opera, e visto, anche, che il grande parco che c'è intorno è pieno di alberi secolari.
Ne ho visti certi stranissimi. Così strani che si direbbe nascano già con la targhetta con il nome sopra: specie, varietà, età, luogo di origine, anno dell'impianto. Sono quegli alberi che la gente come noi non ha mai visto prima e sembra di essere un poco in un orto botanico. C'è la stessa aria di invenzione, lo stesso soffio di arbitrio e di menzogna.
Così si è quasi costretti a leggere. L'occhio, stordito dalla stranezza dei rami, dalla curiosa forma delle foglie e non meno dai colori delle frutta, è contento di riconoscere almeno il carattere delle esatte diciture: un comunissimo Garamond.
Sembra di capire: pianta a frutto deiscente, drupa, endocarpo. Psammòfita. Valva, orbacca, pappo.
Pappo... Penso alla marmellata. A quanta ne avranno mangiata anche loro tre. E giù la Nonna sempre a fare torte, quelle belle torte con la montagnola in mezzo, fatte senza contare proprio come il pane e i pesci sul lago di Tiberiade.
L'imbottitura sotto il velo frollo, quasi sognata lì in mezzo, una sagoma di dormiente sotto un velo di coperta. Abbondante.
O la marmellata sulle frittelle. Una valanga anche di quelle che lo Zio impila una sull'altra e porta come un equilibrista dalla cucina alla camera da pranzo e per poco non ci sbatte con il becco sopra.
Sì, la marmellata... ora è nel cuore come il sangue: mescola zucchero e arance. Arance amare e sangue.
Fa freddo.
Mi metto a battere le mani e mi vergogno perché forse da lontano sembra che sia così contento da applaudire alle tombe e questo non sta bene. Ma qui intorno non c'è nessuno. Oggi è troppo freddo.
Ogni tanto qualcuno in lontananza. Sono i custodi. Fanno finta di curare il parco o di sorvegliare queste due tombe miserelle che mi stanno davanti. Ma pensano di più a ripararsi. Che è anche giusto.
Giro lo sguardo in questo pezzetto di tundra ricostruita. Piccoli arbusti, licheni e muschi circondano le due pietre semplici su cui sono incisi i nomi e nient'altro.
Come sono andati i fatti lo sanno tutti, e di fronte a questo io sento di poter riabbassare lo sguardo.

Qui, cosa sarebbe la nostra vita? Cosa sarebbe se non avessimo più voglia di pensare all'Eldorado, ai galeoni dei Pirati magnifici, ai viaggi senza meta della Macchina del tempo?
Loro tre non hanno mai smesso di farlo e sono stati una guida. C'è un immaginario possibile, lì si può esistere e vivere. Parlare. Si possono fare azioni buone, sospese tra la pietà e il divertimento.

Edificata molti anni fa, la Dimora di Qui Quo Qua, è stata all'inizio meta di un pellegrinaggio continuo. La cosa è durata a lungo e sembrava destinata a non dover mai finire. Poi lo scandalo ha precipitato nel regno dell'inutile la devozione, trasformando la fede in credulità e la passione in un passatempo.
Fu qualche anno fa che gli investigatori si misero a indagare sulle tombe. Ci fu tutto il tempo delle illazioni, delle smentite, dei sospetti infiniti. Le perorazioni facevano schermo alle accuse, si incominciò a scaricare le responsabilità dall'uno all'altro mentre si capiva che molte tasche si erano riempite di danaro, di oboli raccolti in tutto il continente.
Faceva da controcanto a questa pienezza un vuoto insospettato fino ad allora.
Fu Sergheji Malinov il primo a dubitare della cosa. Su quali elementi si basasse il suo sopetto non si è mai saputo. E del resto questo conta poco. Quello che importa è che fu lui il primo a chiedere l'esumazione della salma. Ma non ebbe fortuna.
Un coro universale di indignazione si levò, si può dire, da tutto il globo. Sui giornali non c'era altra notizia. Quasi. Il solo pensiero che la salma di Qui non fosse al suo posto, che la piccola bara non fosse altro che una specie di cassetta piena d'aria, fece accapponare la pelle a tutti.
Malinov affermava che non era tutto lì lo scandalo, che non si trattava solo di "trafugamento di cadavere". C'era ben altro dietro, continuava a dire.
Non furono queste parole a fermare l'onda dei pellegrinaggi alla Dimora. Anzi, per tutta risposta sorsero "Comitati per la difesa della memoria di Qui Quo Qua", e "Centri del pensiero disegnato" e i fasci di fiori che quotidianamente si riversavano entro la cinta muraria della casa avita cominciarono ad essere troppi. Di notte i guardiani, allora instancabili, raccoglievano quelli secchi in cataste che ardevano tutta la notte disegnando nell'oscurità la sagoma di un tempio tremolante nella forza del fuoco.
Malinov, uomo del male, che la sorte ti porti via tutto! Cada su di te il peso della nostra delusione!
Così si andò avanti. I Comitati non ebbero paura di una prova e rilanciarono la sfida: che si aprisse una tomba estratta a sorte tra le tre, che se ne verificasse il contenuto. Ma sì, che ne se apra una- dicevano- una a caso; che si mettano all'aria quei miseri resti, quelle povere piume sopravvissute, che si guardino pure quelle zampe scheletriche, appena appena ancora arancioni...
Non ebbero fortuna. Fu sorteggiato Quo.
Un badile si mise all'opera, la cassettina fu estratta, esposta, espiantata dalla terra, infine aperta. E poi più nulla.
Sergheij Malinov dovette sorridere e disse: Non sono mai esistiti. Tutti e tre.
Come d'inverno gli storni ne vanno sbandati dal vento in un'aria di panico e tregenda, e sembrano conservare una loro letizia in quei voli confusi e il cuore, il cuore di chi li guarda da terra non sa che sentimenti provare (se di gioia o dolore) così, così e non altrimenti restammo, noi pochi, a vedere in che modo balordo tutto si stava sciogliendo: la Fede, i Comitati, la Memoria.

Ma, insomma, io ora qui davanti mi chiedo come può essere accaduto. E penso anche a chi forse avrà la pazienza di mettersi a cercare la spiegazione e sicuramente per fare questo dovrà rinunciare a tutto il resto della sua vita.
Quest'uomo rinuncerà ad essere felice, perché chi tira il guinzaglio di un cane fatto d'aria non si sentirà mai bagnare di saliva le dita.
Ma cerco un motivo lo stesso, stringendomi tra le mani il cappello.
Certo, potrebbe essere questo, che la parola "quo" non esiste nel nostro vocabolario. E non è un caso che i nomi siano pasta di grammatica. E sono solidi per questo. "Qui" e "Qua" hanno qualcosa di prossimo, di raggiungibile anche con una mano.
Ma "quo" è probabilmente l'oggetto che non riusciamo ad afferrare, la materia che resiste a qualsivoglia contenitore, il luogo che possiamo, lontano, solo additare.
Io, con la testa rinchiusa nel bavero alto, lascio la "Dimora di Qui, Quo, Qua" facendo poca fede a quello che penso e non do al guardiano che ora mi si è messo di fianco e tenta di vendermi un falso doblone d'argento.

AbnormaliA