L'OSPITE INATTESO
di Daniele Paccaloni

Adesso Marco aveva la casa tutta per lui, poteva fare quello che voleva, non piu' i fratellini ad assordarlo con i loro urli, nessuno poteva dirgli: "Marco oggi non ti ho visto studiare !"; era libero e solo, sì, c'era solo lui adesso perché gli altri erano tutti morti.

L'aveva saputo dalla televisione, un gravissimo incidente stradale costato la vita a 18 persone tra le quali i membri della sua famiglia. Lui non c'era, non era con loro, era andato in vacanza con i suoi amici ma non avrebbe voluto mai averlo fatto, avrebbe voluto essere consumato anche lui dall'enorme rogo nel quale erano bruciate 5 macchine e il camion di benzina rovesciatosi tentando un sorpasso impossibile.

Perché adesso non sapeva cosa fare.

Non stava piangendo a 25 anni. Lo stupore penetrava la rabbia e attutiva il mondo circostante, impedendogli di pensare, lasciandolo vagare per la casa, facendolo ripassare in ogni stanza senza alcuno scopo. I suoi pensieri quasi congelati.

Lo scosse solo il suono del campanello della porta di casa; uno squillo, uno solo: sembrava venire da molto lontano; come in un sogno, lentamente, si avvicino' alla porta.

- Chi è ? Non ho bisogno di niente, grazie.- riuscì appena a pronunciare.

- Sono venuto a trovarti. - rispose una voce sincera e piacevole.

- Perché ? - si sorprese a dire.

- A cosa servono gli amici se non aiutano in questi momenti ? -

Non riconosceva la voce. Con insolita calma, di routine, accosto' l'occhio allo spioncino e vide un giovane uomo: gli avrebbe dato una trentina d'anni, vestito molto bene con giacca e pantaloni blu chiaro, una cravatta elegante blu oltremare su una candida camicia bianca, una valigetta nera e sottile, capelli neri, opachi, corti e ricci.

Il suo viso era rilassato e sincero, le labbra scure sulla pelle nera.

- Allora, non vuoi farmi entrare ? -

Aprì la porta, lui entro' e gli strinse la mano: - Grazie - disse infine.

- Ciao, entra pure... Non so chi sei... fa' niente. Accomodati... -

Con un bellissimo sorriso l'ospite entro' e si sedette al tavolo rotondo su cui era posata una tovaglia bianca illuminata dal sole di settembre. Doveva servire per il pranzo, quando i suoi sarebbero arrivati. Li dalla terrazza, in cima all'edificio, si vedevano dall'alto i grandi giardini della città', le piante erano ancora verdi e le foglie, mosse dalla leggerissima brezza, a tratti riflettevano i raggi del sole. Marco andò' a prendere due birre e le porto' al tavolo, poi si sedette. Tremava leggermente.

Bevvero in silenzio, poi l'ospite disse: - Mi spiace, davvero, per quello che è successo. -

- E' successo e non possiamo farci nulla, ne tu e ne io. Ma tu... -

- Non lo so, ma forse hai ragione... -

- E' bastato un pazzo alla guida di un'autocisterna di benzina. Lui si che poteva fare qualcosa. Poteva starsene in manicomio a sbattere la testa contro un muro. -

- Si... fortunatamente i pazzi al mondo sono pochi, ma bastano quelli per rovinare tutto. -

Bevvero ancora dai grandi boccali: il sole rendeva la birra cristallina e luminosa. Osservavano le piccole foglie dei pioppi lontani danzare nel vento. Ogni tanto qualcuna si staccava e concludeva il suo numero raggiungendo le compagne già addormentate sul prato.

- Se tutti fossero savi -, riprese l'ospite, - tutti onesti, sinceri, allora si che dare la vita avrebbe veramente significato. Organizzare insieme, collaborare senza ordini e imposizioni, parlare una lingua senza aggettivi o pronomi possessivi. -

- Tu parli di cose scontate e banali. E' un'utopia. E non potrà mai essere cosi, mai, perché l'uomo è imperfetto ed egoista di natura. -

- Si, ma perché è andata così ? -

Marco lo guardo': sul volto nero era disegnata un'espressione sinceramente triste e gli occhi luminosi fissavano le mattonelle rosse del pavimento della terrazza. Il vento leggero sosteneva e legava le emozioni.

Marco fisso' la strisciolina di strada che spezzava i prati, lontano, a nord. Ogni tanto si udiva un fruscio e passava una piccola macchina.

- Come è possibile -, parlo' Marco, - che nella vita si debba soffrire per delle coincidenze ? Come può essere che esista l'amore e insieme la morte ? -

- E' quello che mi chiedo anche io. Scusami. -

- Scusami ? ... Ma tu chi sei ? Perchè mi chiedi scusa ? -

- Sono uno che regala e mai riceve un dono, uno che ama e non è ricambiato, uno che guarda e si copre gli occhi. -

- Perchè sei qui ? Cosa vuoi da me ? -

- Sono venuto da molto lontano perchè ho visto che stavi male. Per cercare di farti stare meglio. -

- Sei tu la morte ? Sei venuto a prendere anche me ? Si... ti ringrazio. -

Ma il negro rise, poi disse: - Non sono la morte. Io davo la vita. -

E mentre le ombre degli abeti si allungavano ed il sole scendeva a cercare la luna, l'ospite inatteso abbraccio' Marco, gli diede un bacio sulla fronte e poi disse: - Devo andare adesso. -

Aprì la valigietta, estrasse una pistola e si sparo' alla tempia.

Non uscì sangue, ne cadde un corpo: rimase in terra soltanto una lacrima

di un Dio buono che ha sbagliato.

AbnormaliA