PALAZZI
di Tatlin

Guardo i palazzi. E questo, tra gli altri, più di tutti. Tre piani.

Capita spesso che mi metta così, teso sui gomiti per appuntire lo sguardo, come credo che facciano tutti. E li vedo così, non altro che questo: inquilini.

Certe volte mi sembrano niente, ma basta un attimo in più per capire, fuggevole dietro l'avarizia delle imposte, che gli inferni si spalancano ad ogni minima crepa e che l'abisso, se non ci avete mai fatto caso, è sempre a portata di mano. Dietro un angolo, chiuso nell'ultima stanza di casa, palpita un disastro.

Questo palazzo lo chiamo "anni trenta" per il semplice fatto che se siete distratti e all'improvviso guardate da quella parte vi viene un colpo e non respirate per dieci minuti.

Veramente, lo giuro, ma tutti i signori che vivono lì sono indietro, tanto indietro.

E' come se gli anni e il tempo della storia fossero fermi per le scale, affannati, la mano sul fianco, l'alito sforzato e pesante, l'ascensore un'idea per andare avanti bloccato eternamente tra primo e secondo piano a un evo impreciso.

 

Eccoli, dunque, nel pieno contorno dei panni. Gli abiti appesi. Mutande giganti, coi rinforzi al cavallo, cappotti e coperte di lana che non si distinguono l'uno dall'altro, scarpe eleganti modello bicolore che prendono l'aria al balcone, gatti vecchissimi. Bianchi.

C'è una signora, quella con i biondi capelli un po' cotonati dell'ultimo piano, che mette paura. E' sempre lì fuori a fare servizi. La domenica mattina batte i panni, tutti i pezzi pesanti, l'artiglieria di casa per far colpo sugli ospiti. Li sento dal letto i suoi botti e mi dico "comincia". Per me sono campane, perché le vere campane sono troppo lontane da qui per essere udite. Penso pure che il bel salottino dev'essere tutto sottosopra e mi sogno il marito di questa in mutande e calzini che beve il suo latte facendo rumore, e dei mazzi di fiori di stoffa sotto grandi campane di vetro messi tutti da un lato e quel gatto decrepito e giallo che sporca la casa del suo.

Gli altri giorni non fa differenza. Costante, pulisce il suo regno ogni giorno, la bionda signora, e a tutti gli orari.

Oggi stesso, ad esempio, alle sette di sera era lì e lo faceva.

Secondo me certa gente, questa gente che vive facendo faccende e mai altro, deve avere uno strano rapporto con la polvere. Deve credere che i granelli siano sempre gli stessi che cadono sempre al medesimo posto. Hanno un rapporto privilegiato, queste signore, con la polvere. La conoscono, ed hanno studiato un rimedio infallibile per far fronte all'assalto: le parlano. Non si spiega altrimenti il fatto che muovano la bocca solo mentre fanno questo tipo di faccende.

I signori del palazzo di fronte. Anni trenta... Vorrei farvi vedere che scene si scoprono solo a restare cinque minuti affacciati alla mia finestra.

C'è uno, senz'altro uno che ha fatto il militare, che è padre di famiglia. C'ha anche lui una moglie cotonata sempre triste e due figli, ma questi io non li vedo quasi mai. Si devono essere spartiti lo spazio di casa, lui resta sempre sul lato più esterno: finestre e balcone, gli altri la parte di dentro.

Dico così perché o c'hanno paura di cadere di sotto o, come penso io, il padre sconsiglia di prendere l'aria che tira. E' una strategia approntata dal capo, senz'altro. Donne e bambini di retroguardia e gli uomini al fronte.

A me questo tipo non piace per niente.

Dico solo una cosa: capodanno, tre anni fa. A mezzanotte il grande soldato esce vestito di tutto punto, cappello compreso, sul suo balconcino. Accende un trac col cerino e lo butta di sotto. Fetecchia. Il prode Anselmo ne accende un altro. Lo butta di sotto. Stavolta sorride a sentire che anche lui fa casino ed intanto alle spalle i suoi figli, schiacciati dietro i vetri, tentano di guardare dove è caduto il petardo e si alzano in punta di piedi, sicuro, e sembra che gli occhi gli cadano di sotto tanto è lo sforzo.

Niente. L'ho visto io da qui che il trac è finito sul marciapiede, troppo indietro per loro. Gli è mancata la luce a quei poveretti. Anselmo, con fare poliziesco, si è infilato le mani dietro la schiena, ha guardato e mettendosi a posto il cappello ha fatto rientro. Alle dodici e cinque minuti le luci si sono spente. Deve essersi fatto la moglie cotonata quella notte, l'Anselmo, credo per festeggiare o per sfogare l'emozione o per pura educazione- che cazzo - è festa anche per le serve dall'idrofilo crine. O per mostrare alla moglie che il milite ignoto la notte di capodanno risorge, combatte e sa pure stavincere.

I due bamboccetti cresciuti avranno sognato nei bianchi fosfeni degli occhi i fuochi di Bangkok, lontani e perduti.

Me ne venne tristezza. Il peggior capodanno. Ché se non ci credete io voglio bene ai vicini e ancora di più ai ragazzi costretti che devono crescere senza l'aiuto e l'artificio di un fuoco sparato nel cielo.

AbnormaliA