| Ho visto per l'ultima volta le spalle
di mio padre in una sera di dicembre. E' stata quella
volta lì che mi sono accorto di quanto fossero belle,
larghe e forti come le hanno certe volte i ragazzi sulla
spiaggia, un attimo prima di tuffarsi, e notai quanto
spazio prendessero nei vani delle porte e nella vita di
noi tutti quanti. Mio padre non
ha mai amato uscire di casa la sera, non ha neanche mai
bazzicatole combriccole lavorative per cene e cenette qua
e la', dicendo sempre a tutti di no.
Ha avuto, all'opposto, una sorta di vocazione preistorica
a starsene a cuccia appena buio; un poco cercando riparo,
un poco per fare il guardiano e vegliare.
Veramente non ricordo bene come fu che cominciò ad
andarsene frettoloso e avvolto dal segreto quasi ad ogni
dopocena. Le scuse cambiavano alle domande di mia madre e
una volta era la macchina da spostare, una volta la
rimessa da mettere in ordine, un'altra ancora la ricerca
di un arnese in giardino che doveva prestare, domani, a
un amico.
In principio non ci facemmo caso
perchè queste uscite erano così rari episodi che non
riuscivano a legarsi l'un l'altro e mettere insieme la
forma del sospetto.Furono invece l'inclemenza del tempo e
la neve straordinariamente abbondante a far prendere
corpo in noi alla preoccupazione.
Per quanto l'aria di dicembre fosse
gelida e come abitata dalle spine, mio padre senza timore
si avventurava fuori ad ogni ora.
Io e mia madre restavamo a pulire i vetri della cucina e
a spiare fuori, mentre mio fratello che le stava tra le
braccia teneva già gli occhi chiusi nel sonno.
Da lì vedevamo chiaramente che nessuno era entrato dal
cancello nè che mio padre ne usciva. Lo scoprivamo
invece voltare a sinistra verso la rimessa e sparire
dietro la fila dei meli. A mia madre bastava. Il fatto
che suo marito fosse inequivocabilmente solo, ancora nel
territorio della casa, era per lei come una consolazione,
un parziale risarcimento a quel sospetto di essere
tradita che pure le aveva attraversato i pensieri.
Non era così per me. Ho pensato più
volte alle sere che avrei voluto seguirlo, andare a
spiare perchè, tutto ad un tratto, mio padre sentisse il
bisogno di andarsene via da noi.
La rimessa, da sempre, è dove le
macerie acquistano solidità e resistenza.
La' dentro ho spiato mio padre. L'ho guardato stando
chiuso nel mio cappotto, nel gelo di un dicembre
inclemente e sfrontato.
Li ho visti tutti e due, lui e quel suo amico, guardando
dal finestrino nella rimessa. Mio padre senza camicia,
seduto, lo vedevo di spalle. L'altro, invece, non si era
tolto nemmeno la giacca. Gli vedevo la nuca spuntare dal
bavero e i capelli bianchissimi tirati all'indietro. Ma
non era un vecchio e questo mi sorprese. Era uno della
mia stessa età, più o meno vent'anni.
Così, ho poggiato l'orecchio sul vetro
e ho sentito la voce paterna.
Lui gli chiedeva: "Anche i miei figli, anche loro
sai... Credo di avergli dato quello che avevo, ma un po'
di allegria loro non me l'hanno mai data... Se sono
felici lo sono sempre da soli. Del resto, lo vedi anche
tu, adesso ho i gerani tutti bruciati dal gelo. Ma hanno
stentato sin dal principio quest'anno. Eppure gli ho
messo tutto: la terra, la torba, il pietrisco. L'acqua
neanche gli è mai mancata... Che dici, che cosa
sarà?"
Parlava di noi con quel tipo in un modo
che mi fece dispetto.
Ma il ragazzo non seppe che dire. Ed io ero contento che
non gli sapesse rispondere. In quel silenzio mio padre è
rimasto sospeso nel suo gesto di domanda, gli occhi
puntati sul volto del tipo, la bocca un po' aperta, la
cenere sui pantaloni.
Ed è stato allora, proprio allora che
mio padre ha levato la mano di tasca,
l'ha allungata sulla sua spalla e ha tirato giù. Quello
ha cacciato fuori una lingua rosa come ce l'hanno i gatti
e se l'è passata più volte sull'ala tenuta, fino a quel
punto, coperta sotto la giacca. Non era molto lunga. E il
colore tra il bianco e il beige, come la mollica del
pane.
Gli è bastata un'ala fatta di pane per
venire fin qui.
Per un poco sono rimasti a guardarsi senza espressione.
Poi mio padre ha cominciato, lentamente. Ne prendeva dei
piccoli pezzi con due dita, li portava alla bocca e
ingoiava.
Non so quante volte si è ripetuta la scena e non so
quante altre volte in precedenza abbia trascorso le sere
a piluccare l'angelo, a sabotargli le ali.
Dopo si è alzato. E mio padre ha fatto
in fretta a seguirlo come per cortesia, quasi come in un
atto di galanteria. Se ne stavano andando.
Allora avrei voluto dirgli: "Papa', senza che te ne
vai con quello, non ti credo. E' uno scherzo che avete
preparato insieme per far ridere me che invece adesso ho
solo un dolore, vedi, un dolore forte e vuoto che può
far male come solo un dente tutto scavato può
farlo."
Ma l'angelo gli ha poggiato una mano
sul braccio e lo ha fatto voltare. Mio padre non ha
saputo dirgli di no, gli ha ubbidito con gli occhi per
terra.
E dopo, l'angelo, incerto nella sua lingua celeste, gli
ha detto sottovoce:
"Vedresti, vedresti che ti ci troverai bene."
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