SUPERSANTOS
di Tatlin

Comincerò da un lato, come fanno le formiche con il latte versato. Finiremmo nell'acquaio tutti quanti se facessi in
altro modo e allora... addio racconto.
Insomma, sono anni che lo vedo e questo tempo è come se lui non lo sentisse. E' sempre uguale e scende a mare
con la mamma, secco, un uccellino allampanato col testone in cima. E quello che più importa col pallone sotto il
braccio: il Supersantos, bello nuovo a righe nere e dicitura originale sulla fetta d'arancione.
Viene giù per la discesa simile a un araldo. Gonfio è il suo messaggio. Si chiama Marino e non so quanti anni possa
avere.
Io questo qui non l'ho mai visto giocare. Dico dare di punta, di esterno o di piatto. Vedo che invece è professionale,
ha l'aria di una trattenuta soddisfazione dentro gli occhi e un poco di sorriso sulla bocca, quanto basta.
Eppure molti ragazzi si avventurano sul campo del paese che poi è una sterrata porzione di spiaggia messa male e
piena di pietrone e buche larghe quanto i mesi dell'inverno e dietro i pali delle porte sembra stia un deserto, in
agguato. Ci vuole testa e fantasia per mettere a tacere il sogno di uno stadio o almeno un campo un poco verde. Ma
la smania di giocare mette questo e pure il resto. Qui come altrove.
Io, però, questo uccello di cui dico, 'sto Marino, questo figlio di cicogna, qui non l'ho mai visto. Lo vedo spesso,
invece, a fare spese con la madre, a scegliere patate e porta buste e scatolette e borse in quantità, ma il pallone non
lo molla. Se lo schiaccia sotto il braccio o se lo infila nella maglia, ma non molla, non lo molla.
A guardarlo per intero si capisce che le gambe lunghe e secche non gli reggono un granchè e che il collo è troppo
debole per portare a una prodezza d'attaccante.
Grande testa però, l'ho già detto, un capoccione con la fronte tanto larga da colpire due palloni in una volta.
Quando mio fratello si dannava come "tredici" nella squadra del rione mi ricordo le paure sue e di tanti sulla tenuta
delle valvole di questi palloni benedetti. A furia di botte quel ferretto se ne andava nella sfera, a navigare risucchiato
per eterno. Così la navicella penetrava l'universo, malinconica e dispersa.
A questo punto, dopo i molti tentativi di recupero, entravo io in azione che, con altri due o tre fratelli minori di
grandi calciatori, in verità il Supersantos e quindi il calcio, l'abbiamo sempre giocato così: floscio-bucato.
Per dei tipi come noi che in quanto a corsa eravamo ostacolati dalla pancia e dalla malavoglia, era una pacchia avere
a disposizione un pallone che non sarebbe mai andato troppo lontano. All'epoca vivevamo di scarti, di squarci, delle
disgrazie degli altri. E giocavamo solo allora...
Questo è un pallone talmente leggero che a calciarlo più forte si allunga da un lato, non è neanche più tondo
nell'aria. Va storto e deforme, è una buccia di mela. La più esosa fregatura del commercio vacanziero, è l'estiva
leggerezza passeggera, una cosa giornaliera che finisce e che tocca ricomprare. Il Supersantos è una notizia.
Il giallo, il nero, l'arancione... Il pallone del rigore. Se vede una punta di ferro, anche lontana, subito cede e si
sgonfia.
Carico d'acqua, lasciato sui bordi del mare, saluta e scompare per sempre.
Butta tre fischi, Marino, e fammi sapere...

AbnormaliA